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Dario Chioli

Trenta luci. Mantenere la propria umanità nel mutamento.

Magnanelli Edizioni, Torino, 2005.

ISBN 88-8156-150-6

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INDICE

Ciò che cerchiamo

I. Tuffarsi

II. Accettare

III. Condividere

IV. Unire

V. Trovare

VI. Contemplare

VII. Evadere

VIII. Godere

IX. Soffrire

X. Dissodare

XI. Meditare

XII. Scegliere

XIII. Donare

XIV. Rinnovarsi

XV. Ragionare

XVI. Credere

XVII. Piangere

XVIII. Ridere

XIX. Cedere

XX. Imparare

XXI. Cantarsi

XXII. Guardarsi

XXIII. Dividersi

XXIV. Parlare

XXV. Vedere

XXVI. Udire

XXVII. Dimenticare

XXVIII. Ricordare

XXIX. Attendere

XXX. Adempiere


 

PASSI SCELTI

 

Ciò che cerchiamo
 
Una via intermedia

La forma culturale oggi predominante tra i ricercatori dello spirito, variamente denominata New Age o Next Age o in altri modi ancora, ha estimatori e detrattori in gran numero, ambedue spesso egualmente acritici.
Vi è chi vi si identifica, e chi la rigetta con sdegno.
Le persone con mentalità scientifica reagiscono con irrisione, quelle che hanno una formazione religiosa tradizionale con fastidio, la maggior parte dei letterati con estetico disprezzo.
D’altro canto un bel po’ di gente è annoiata dalle pretese dei piccoli gerarchi intellettuali o religiosi, equilibristi buoni per tutte le stagioni che speculano a proprio vantaggio sul deposito del passato, e pertanto se ne infischia, andando dove le pare, più o meno seriamente: oggi dal guru del momento, domani al corso di medicina alternativa, dopodomani alla palestra yoga o al ritiro di meditazione di questo o quel gruppo. Giustamente non ritiene queste proposte e queste attività peggiori, di fatto se non di principio, di quelle da cui trae sostentamento la cosiddetta élite.
Questo libretto nasce dal desiderio di indicare una via intermedia un po’ più efficace.

  

I due aspetti

Da un lato, è vero che la tradizione porta con sé i valori acquisiti con l’esperienza di innumerevoli generazioni, che una religione non è una società per azioni e non si costituisce da un giorno all’altro, che la stragrande maggior parte dei nuovi guru sono dei ciarlatani inaffidabili.
D’altro lato è però vero che le istituzioni tradizionali sono invecchiate, non sanno rispondere alle nuove domande, sembrano patire d’artrite, dolorano ad ogni movimento inconsueto. 
La gente al loro interno pare spesso priva di ogni autonomia, poiché è governata da coloro che, avendo dapprima soggiaciuto all’altrui tirannia, non sono per questo capaci o interessati a concedere ciò che non hanno mai avuto. 
Inoltre, in tanta umana povertà, sorgono inevitabilmente interessi e scandali di ogni sorta.

 

E allora?

Sembra logico non rassegnarsi a questo stato di fatto. Sarebbe infatti troppo comodo per i vecchi burocrati o per i nuovi imbonitori dello spirito se noi rinunciassimo alle nostre prerogative di umana, ragionevole, autonoma ricerca.
Ogni guaritore ha bisogno di un malato, ogni confessore di un peccatore. E può anche succedere che il guaritore o il confessore, per non perdere il mestiere, cerchino di convincere il sano che è malato, il giusto che è peccatore. Se rinunciassimo alla nostra autonomia, non smetteremmo mai di sentirci malati o peccatori o qualcosa di simile. Rimarremmo sempre minorenni, ragazzini perennemente in attesa del giudizio che qualcun altro darà di loro.
E allora, per favore, liberiamoci di queste mistificazioni. Cacciamo fuori di casa nostra tutti i parassiti, della vecchia e della nuova generazione.
Leggiamo nel libro del passato e consultiamo, tramite il presente, quello dell’avvenire, senza attaccarci però a nulla, consci che tutto trascorre.
Lo spirito di volta in volta innumerevoli forme abita e abbandona. Ma sempre vi sono dei testardi che non vogliono andarsene dalla casa vuota. E sempre, per contro, vi sono degli incauti a cui basta l’apparenza, che non verificano l’identità del residente.
Noi però mettiamoci in cammino. Se lo spirito non è qui, sarà altrove. Se non oggi, domani.

 

Ma come fare?

Cerchiamo di spogliarci di tutte le forme, di lasciare da parte tutte le categorie, gli slogan ideologici.
Andiamo il più giù possibile.
Non accontentiamoci di poco.
La scommessa è questa: che se ci impegniamo abbastanza a fondo, abbastanza a lungo, di là da ogni forma, emozione o concetto, di là da ogni appartenenza ideologica o sociale, sorgerà in noi una diversa presenza.
Questa presenza è una presenza d’amore, ma se proviamo a identificarla con l’amore che conosciamo, la perdiamo immediatamente.
Perché l’amore che si conosce è un amore legato, ricoperto, assente.
L’amore presente è ciò che cerchiamo.
Quest’amore è la risposta alle domande non formulate, la morte di quelle formulate.
È il nostro aspetto segreto, che nessuno può assumere, la parola che solo a noi sta di pronunciare.
Usiamo dunque della libertà di quest’epoca per scardinare i legami del passato, ma al contempo conserviamo l’armonia delle antiche tradizioni per contenere l’attuale eccesso New Age di proliferazione formale.
Se alla fine saremo riusciti ad usare senza abuso e senza troppo essere usati, avremo raccolto una buona messe nel nostro campo.
Avremo riportato accesa a Olimpia la fiaccola del passato, e ci saremo rinnovati instaurando in noi un’età nuova davvero.

  

 

[Per gentile concessione di Magnanelli Edizioni]

 


 

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