Psiche. info

 

Dai Do Strumia

Presenza consapevole. Shikan - Taza.

Teoria e pratica di una via Zen.

Libreria Editrice Psiche, Torino, 1999.

Pp. 104, 9,30 euro.

ISBN 88-85142-49-4

Ordina


 

Indice

 

Premessa

Presenza consapevole

Essere uno

Vivere l’attimo

Za Zen

Chiaro e fresco

Gocce di rugiada

La voce del sé

Chiara visione

Carne e ossa

Vuoto

Bibliografia essenziale

 


 

La voce del sé

 

Vi sono attualmente in circolazione numerosi testi antichi e moderni relativi alla pratica del Buddhismo Zen e molti di essi sono indubbiamente autorevoli e decisamente attendibili, in quanto frutto della pratica e dell’esperienza diretta dei loro autori. Altri, invece, sono meno autorevoli ed attendibili in quanto frutto esclusivamente del sentito dire e di studio accademico: non per questo essi sono inutili dato che contribuiscono, in ogni caso, a risvegliare l’interesse per quel modo di intendere la realtà della vita tipico del Buddhismo.

Ciò che conta è che ciascuno lavori con sincerità, senza la pretesa di essere il detentore esclusivo della Verità e del “giusto metodo” e, soprattutto, senza l’ambizione di trasformare la “verità” in un affare economico.

Mentre venti o trent’anni fa in Europa questo argomento era appannaggio esclusivo di piccole élite di studiosi specialistici, oggi assistiamo ad un proliferare tutt’altro che indifferente di centri, dôjô, Zendô e templi nei quali, sotto la direzione di insegnanti dei più svariati livelli di preparazione, si studia e si pratica ciò che viene denominato Buddha Dharma.

Ho l’impressione che in occidente il Buddhismo Zen, sovente snaturato ed accomunato per certi versi a discipline psicologiche di carattere terapeutico, sia giunto ad un punto tale per cui rischia di apparire sempre più una “scienza dello spirito” o una “tecnica mentale” piuttosto che la naturale manifestazione del “Sé” libero dalle pastoie della logica corrente basata essenzialmente sui concetti di terapia, di tornaconto e perfezionamento individuale.

Molti individui, anzi moltissimi, cercano soprattutto una stampella alla loro vita quotidiana, una tecnica di sostegno, e che questa si chiami Yoga, training autogeno, judo, Tai Chi Chuan, psicoanalisi o Za Zen poco importa: pare sufficiente che il prodotto mantenga le promesse, cioè porti ad una non ben identificata “pace mentale” e ad un aumento di “potere” interiore ed esteriore. In realtà lo Zen e la sua corretta applicazione pratica, lo Za Zen (shikan taza), non promettono assolutamente nulla di tutto ciò, essendo già la loro comprensione intellettuale e la loro messa in pratica il risultato stesso al di là del quale è molto difficile intravedere, a breve o lunga scadenza, altri possibili orizzonti concreti e gratificanti. Quindi, dato che in Occidente buona parte dei praticanti è ancora alla ricerca di una “tecnica di sostegno”, mi domando in tutta onestà come sia possibile parlare con estrema facilità, o meglio faciloneria, di superamento dei condizionamenti interiori ed esteriori se non addirittura, come qualcuno osa, di realizzazione, di satori, e di chiara visione, come se si trattasse di fatti concreti, misurabili e persistenti simili allo sviluppo muscolare raggiungibile attraverso un’attività ginnica.

Mi chiedo inoltre a cosa serva atteggiarsi a “buon” praticante zen nell’ambito artificiale delle regole e dei riti di un dôjô, se poi nella scollata vita quotidiana, fatta di cose e avvenimenti ordinari, ci si lascia andare a forme di comportamento assolutamente comuni, e, purtroppo sovente di basso livello sul piano etico, morale, religioso e politico.

Il vero problema è che per paura e per autodifesa rifiutiamo di autoimporci una disciplina autentica che ci permetterebbe di trasformare prima di tutto noi stessi. Ciascuno invece tende a pretendere dagli altri il meglio, in ogni senso, e impedisce sistematicamente a sé stesso di vedersi negli altri e di vedere gli altri in sé. La “karuna”, lo spirito di compassione buddhista, non passa sicuramente per questa strada. Solo se io cambio, il mondo intorno a me cambia. A che serve chiedere agli altri di cambiare se noi per primi non lo facciamo?

Da una parte il Cristianesimo ci insegna che i poveri in spirito possiedono già in potenza il regno dei cieli e un maestro buddhista come Shinran Shonin (1173-1262) arriva a concludere che se persino una persona buona consegue la nascita nella Pura Terra, il paradiso creato da Amida Butzu, figuriamoci una malvagia!

Poco tempo fa qualcuno mi ha domandato se questa affermazione va intesa in senso ironico: direi proprio di no. Essa significa che solo chi ha toccato con mano la propria intrinseca malvagità riesce a risvegliare in sé stesso il desiderio profondo di purificazione e così facendo mette in moto quel meccanismo interiore che lo rende più vicino alla Pura Terra di chi, per non faticare o correre il rischio di sbagliare, non ha mai rischiato né sperimentato, rimanendo invece invischiato in una dimensione di interessato e opaco qualunquismo, totalmente priva di creatività e di aperta disponibilità agli eventi.

Dall’altra parte, stando ai risultati, si direbbe che non interessa vivere semplicemente in pace con il mondo attraverso l’unione, l’amore e la comprensione anche verso coloro che non sono simili a noi, ma ci si complica la vita ricercando il massimo benessere individuale, anche a discapito del prossimo. Questa tendenza è una forza negativa che ci porta a considerare tutto ciò che ci circonda, persone comprese, in termini di guadagno e pertanto degno di essere conquistato, sfruttato e gettato via senza alcun rispetto, come si farebbe con un vecchio straccio da cucina.

Dôgen Zenji osserverebbe che neppure un vecchio strofinaccio merita questo trattamento, anzi, sarebbe da elogiare per il servizio svolto e riposto in luogo idoneo e con il dovuto rispetto anche quando si rivelasse ormai inutilizzabile.

Funzione del Buddhismo è tendere a far germogliare nelle coscienze il seme della conoscenza mettendo prima di tutto in chiarissima evidenza il fatto che è nello spirito di consapevole rinuncia all’aggressività e alla possessività, in tutte le loro forme, che si realizza la pratica così come è stata correttamente trasmessa e non nello spirito di sopraffazione e accumulo. La pratica e l’insegnamento del Buddhismo devono riflettere pertanto un lavoro arduo su sé stessi e non sugli altri. Ciò richiede estrema perseveranza negli anni, pazienza, amore, e disponibilità verso la rinuncia al tornaconto personale.

Quanto detto finora vale tanto per chi, alle prime armi, riceve l’insegnamento, quanto per chi, e non sono pochi, si ritrova troppo presto, spinto dalle circostanze, nella posizione dell’insegnante, benché consapevole che qualche anno in più di pratica sotto la guida quotidiana e diretta di un maestro non gli avrebbe certamente nuociuto.

L’autodidattica non garantisce molto in questo campo trattandosi essenzialmente di un problema di trasmissione “dal mio cuore al tuo cuore” noto, nel Buddhismo Zen, come “I shin den shin”.

Ho trascorso diversi anni nel tentativo di diventare un buon praticante buddhista senza per altro riuscirvi se non in sporadici periodi di “grazia” per i quali non posso certamente ringraziare solamente me stesso. Pertanto rimango ogni volta profondamente sorpreso quando mi accade di incontrare giovani e meno giovani che, senza alcuna titubanza, affermano di essere buddhisti e di praticare l’insegnamento di Shakyamuni Buddha, come se si trattasse di andare in palestra una o due volte la settimana per sentirsi meglio.

Il mio stupore trae origine dalla consapevolezza che, in realtà, si realizza effettivamente ciò che ci si è posto come obbiettivo solo ed esclusivamente nel momento in cui al pensiero corrisponde l’azione nel modo più aderente possibile: questo evento rarissimo si verifica soltanto quando tra pensiero ed azione non vi è più traccia di un io che percepisce sé stesso nell’atto di fare. Chiedere che questo “stato” duri più di qualche 54 55 istante significa non aver compreso in profondità che dal punto di vista del “Sé” tra un milionesimo di secondo e dieci eoni non vi è sostanziale differenza.

Pertanto si è, ad esempio, ciclisti, solo quando si pedala senza ripetere in continuazione a sé stessi: “Sono un ciclista che sta pedalando”. Si è scalatori nel momento in cui, completamente dimentichi di sé stessi, ci si sta effettivamente cimentando nell’atto di arrampicare in totale presenza sospesi tra la vita e la morte. Si è praticanti di Za Zen nel momento in cui cade la percezione di sé come agente e si rimane perfettamente svegli e coscienti, identificati senza alcuno sforzo di volontà, nella totalità di spazio e tempo intesi come unità. Non è sufficiente stare seduti su di un cuscino di fronte al muro come un ranocchio che aspetta la mosca.

Purtroppo, il desiderio umano di autoriconoscersi per potersi raccontare in modo da avere la prova della propria effettiva esistenza fa sì che il lavoro venga continuamente interrotto.

Siamo come quegli scalatori che affermano di esserlo stando comodamente seduti in poltrona vicino al caminetto acceso, fumando la pipa e sorseggiando un whisky. Nessuno nega il valore delle imprese passate, ma, a rigore di logica, non vi è alcun rapporto reale tra il raccontante e la cosa raccontata trattandosi comunque e sempre solo di parole relative a fatti già accaduti. Anche se è vero che è possibile praticare camminando, mangiando e lavorando, solo nell’atto di fare Za Zen con carne ed ossa si è a tutti gli effetti nel qui ed ora, assoluti e senza interferenze, indipendentemente dalla momentanea qualità dei pensieri.

Il peggior nemico della pratica è quello che F.A.Viallet (Sôji-Enku) definiva “strip-tease spirituale”. Con ciò intendeva dire che troppo sovente si nota tra i praticanti, soprattutto occidentali, la tendenza ad esibirsi e a riempirsi la bocca di compiacenti autodescrizioni. Il non corretto intendimento del significato profondo della pratica può portare ad essere patologicamente autocentrati (l’esatto opposto di ciò che dovrebbe essere) e spinti consciamente o inconsciamente ad indurre gli altri ad avere di noi stessi la medesima opinione che a tutti costi noi stessi tentiamo di avere.

C’è anche chi sostiene che a lungo andare l’abito fa il monaco, ma ritengo che, così facendo, si finisca soltanto con il dare origine ad un miscuglio tra verità ed immaginazione allo scopo di conferire maggior forza alle proprie argomentazioni e al proprio comportamento esteriore (mi riferisco in modo particolare a certi insegnanti e a coloro che sognano di diventarlo). è vero, potrà dire qualcuno, per diventare ciò che non si è ma si vorrebbe essere, può tornare utile l’immaginare di esserlo già e di atteggiarsi di conseguenza. Questo però non è nient’altro che il vecchio trucco di mettersi di fronte allo specchio prima dello spettacolo e, gonfiando il petto, ripetere alla propria immagine: “Sono bello, forte, sano, intelligente e simpatico”.

Ricordo ciò che disse poco tempo fa un mio confratello ragionando intorno a questo argomento: “Se le cose stanno così allora basta indossare un camice, una cuffia, un paio di guanti di gomma e in capo a qualche anno si diventa chirurghi!” È umanamente comprensibile che ciò accada nella vita ordinaria e relativa: effettivamente l’autoconvincimento può essere di aiuto nel superamento di paure, angosce e complessi di inferiorità.

Trattandosi però qui di Buddhismo, è necessario essere consapevoli che non sarà certamente l’autoconvincimento di essere buoni praticanti se non addirittura maestri illuminati, come alcuni sono tentati a dire, a far sì che la realtà si adegui umilmente all’illusione e al desiderio egoistico dell’individuo.

I veri conti vanno fatti con la vita nella sua concreta totalità, che in quanto tale trascende e supera le meschine macchinazioni psicologiche di chi si affanna a costruire non tanto sé stesso quanto l’immagine che di sé stesso vorrebbe avere e che soprattutto vorrebbe avesse il prossimo con cui si deve confrontare giorno dopo giorno senza sosta.

Naturalmente il Buddhismo di cui qui stiamo trattando non è “terapeutico”, in quanto non offre altro strumento di lavoro se non l’invito esplicito a trovare da sé la via senza dipendere psicologicamente da altri, fatto che significherebbe perdere irrimediabilmente l’equilibrio.

A tal riguardo bisogna puntualizzare che il rapporto con il proprio maestro, quando è corretto, non ha niente a che fare con la dipendenza psicologica, ma si basa sul lavoro in strettissima collaborazione e sull’aiuto reciproco. Il maestro si giudica dal discepolo e il discepolo ha il compito di comprendere, superare e trascendere il maestro e non certo quello di permanere anni ed anni in un limbo ovattato e protetto.

Se così non fosse non si creerebbero i presupposti per una corretta trasmissione del Dharma. Perciò, in questa scuola, non vengono offerte stampelle spirituali o psicologiche come la promessa di un premio o l’assunzione in qualche paradiso o l’idea di essere protetti da qualche entità superiore a cui appoggiarsi nei momenti di difficoltà; se eventualmente ciò avvenisse, non si tratterebbe della forma di Buddhismo della quale qui ci stiamo specificamente occupando.

Il Buddhismo nudo e crudo, senza orpelli, al quale lo Zen di Bodhidharma e Dôgen Zenji tende a rifarsi è stato concepito come via e non come mezzo o strumento finalizzati all’uso personale. Questo insegnamento ci perviene pressoché intatto dopo duemilacinquecento anni ed è semplicemente la voce del cuore che parla al cuore stesso; è fondamentalmente fine a sé stesso ed in sé stesso perfettamente compiuto, indipendentemente dall’essere o non essere realizzato dal genere umano nell’arco della vita terrena. Si può affermare che esso è un principio naturale preesistente al sorgere della coscienza individuale e che si manifesta comunque indipendentemente dall’essere o non essere percepito e riconosciuto dal praticante come “Sé”, come “Sé originale”.

Ciascuno di noi sa benissimo cosa consigliare a sé stesso, ma preferiamo fingerci sordi anche quando la voce proviene dal più profondo. In ciascuno di noi vi è una voce che non mente perché non può mentire.

Questa voce è la voce del “Sé” o anche “voce della coscienza profonda”. Dare pieno ascolto alla propria coscienza è un’attività faticosa e molto dolorosa per cui la maggioranza di coloro che cercano in profondità preferisce ad un certo punto porsi in mani altrui per sentirsi dire eventualmente le medesime cose che la propria coscienza suggerisce. Essendo però un altro, fuori di noi, a dircele, possiamo avere il “vantaggio” di poter guadagnare tempo.

Inoltre, con questo sistema, c’è sempre la scappatoia del contraddittorio dialettico che abilmente può essere fatto perdurare molto a lungo, allontanando indefinitamente nel tempo il momento decisivo della liberazione dai condizionamenti e della presa di coscienza; momento temuto e rimosso in quanto percepito come estremamente responsabilizzante e destabilizzante. Ma quando è solo la voce del Sé e non un interlocutore esterno, fosse anche un grande maestro, a turbare i nostri sonni e le nostre veglie, il contraddittorio interiore si trasforma in un’assurda lotta tra fratelli siamesi: se uno uccidesse l’altro morirebbero entrambi.

Vi è un’antica favola in cui si narra di un corvo a due teste.

Una delle due teste era talmente vorace che divorava tutto ciò che trovava di commestibile di fronte a sé. Di conseguenza l’altra testa restava sempre a bocca asciutta e cominciò a meditare vendetta. In una certa erba essa riconobbe un potente veleno e così disse all’altra testa: “Guarda laggiù, in quel prato: ho scoperto un’erbetta deliziosa, perché non andiamo a mangiarla?”

Così andò; la testa vorace si mise a beccare con impegno, mentre l’altra, certa di aver trovato la soluzione ai suoi problemi, si guardava bene dal partecipare al banchetto.

Entro breve tempo il corvo morì e con lui entrambe le teste.

Per questo motivo, dal rapporto schizoide con sé stessi scaturisce la falsità nell’ambito del pensiero, delle parole e delle azioni. Ci si ritrova a convivere con sé stessi percependosi come traditori delle verità più profonde ed elementari che la coscienza stessa ci suggerisce. Queste verità vengono sistematicamente soffocate dalla necessità di non mostrare umilmente ed apertamente a sé stessi ed al prossimo il vero volto della propria meschina ed umana duplicità.

Questo sforzo autorepressivo è alla radice di molti mali umani, causa di solitudine interiore e di profonda insoddisfazione.

Molto diffusa è la tendenza a trovare una scappatoia semplicistica attribuendo alla modernità e a tutti i suoi derivati, la responsabilità di frustrazioni, paranoie, ossessioni, fissazioni, manie, perversioni, sclerosi di varia natura e malattie psicosomatiche in genere.

In realtà, questi ostacoli sono sempre esistiti nella mente umana; ed è per questo che, già duemilacinquecento anni fa, Shakyamuni Buddha lottava intensamente dentro di sé contro di essi, interpretando un presente e futuro bisogno collettivo di chiarezza mentale equilibrata e consapevole. L’unica differenza tra ieri ed oggi sta nel fatto che oggi siamo collettivamente più informati sui meccanismi profondi della psiche e tutti assieme cominciamo a renderci conto che stiamo vivendo la stessa vita, con le medesime caratteristiche fondamentali.

Uchiyama Rôshi parla espressamente di zucche collegate tra loro che raggiungono la pace e la comprensione nel momento in cui cade in loro l’illusoria convinzione di essere individui autonomi separati dal resto della comunità.

In questa storiella esplicativa, adatta sia ai bambini che agli anziani, si racconta di un monaco che, un giorno, udì un fracasso terribile provenire dal campo delle zucche che si trovava sul retro del monastero. Andò pertanto a vedere che cosa stava succedendo. Trovò le zucche, divise in due opposti schieramenti, impegnate in una rissa furibonda. Il monaco le sgridò severamente ed insegnò loro a sedersi in Za Zen. Le zucche obbedirono. Quando si furono calmate, il monaco disse loro di toccarsi la cucuzza. Le zucche scoprirono così di essere tutte attaccate ad un medesimo viticcio e che la vita che scorreva in loro era la stessa medesima vita. Si accorsero pertanto di essere tutte unite e capirono la stoltezza del loro litigare.

Non solo grazie alla religione, ma anche grazie alla scienza, lo spirito umano sta prendendo coscienza del fatto che tutto è strettamente collegato, non solo da una mente unica ma anche da una equilibrata unicità materiale inscindibile, estesa all’insieme dell’essere in tutte le infinite direzioni di tempo e di spazio. Che l’insieme sia una totalità unica è un dato che ormai fa parte del bagaglio collettivo sia che lo si ammetta, sia che lo si voglia negare in modo da giustificare il proprio comportamento individualista, motore principale dell’era moderna e strumento di sopraffazione e sfruttamento fisico e psicologico.

Quanto detto finora vuole essere la premessa ad una riflessione obbligata sulla ricerca della “chiara visione”.

 


 

Libreria Editrice Psiche

 

Webmaster: Dario Chioli

scrivi@psiche.info