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Mario Matassi

Il bisogno del bisogno.

Libreria Editrice Psiche, Torino, 1993.

Pp. 116, 10,33 euro.

ISBN 88-85142-30-3

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ESTRATTO

pp. 5-7

 

Alcuni anni fa, mi parve di aver fatto una buona riflessione.

Solo ora, tuttavia, ripensandoci seriamente, l'enunciato comincia a assumere una consistenza che allora non potevo supporre.

Nella vita, tutto si fa, e si pensa, per bisogno.

Non alludo alle necessità fondamentali di natura biologica, legate alla sola sopravvivenza.

Queste sono comuni agli altri esseri esistenti. Mi riferisco, più particolarmente, a bisogni di ordine superiore, spirituale e psichico, e a necessità ordinarie, legate ai rapporti della vita quotidiana, che toccano tutti, uomini e donne, e che sono considerati, senza prevenzioni, normali.

Esiste veramente un uomo, una donna, normalmente orientati verso gli oggetti, con uno sviluppo mentale e comportamentale coerente con l'educazione ricevuta?

Uomini, donne, di questo genere che, li per lì, dovrebbero essere considerati normali, sono, in realtà, assai meno numerosi di quanto si possa pensare.

Il perché è semplice.

Se ci si riferisce al principio "Ia virtù è nel mezzo", che qualifica l'uomo equilibrato, assennato, sapendo per esperienza che la cosiddetta virtù è un obbiettivo che veramente pochi riescono a conseguire - le comodità, gli eccessi e le scappatoie sono certo più allettanti delle rinunce e le soddisfazioni esterne dell’io, la regola - solo una esigua minoranza è in grado di pervenire a una gestione equilibrata della propria esistenza.

Questa, infatti, è la risultante di un processo di autocognizione, di sperimentazione di sé in situazioni estreme, sotto il profilo della sopravvivenza sia fisica che psichica.

Alludo all'esperienza, drastica, ma salutare, del mancare, del togliere, dell'attendere.

Esperienza, da molti male o affatto compresa nel suo reale, intrinseco, valore, vissuta, spesso, come una disgrazia, una tragedia, una follia senza senso.

La vita umana, popolata di oggetti, è, tuttavia, anch’essa un oggetto, il primo e più importante oggetto da sperimentare.

Di nulla, di nessun valore, si può divenire coscienti, se non si perviene a comprenderne l'incidenza, l’efficienza causale, la ragione intima e determinante nella propria vita.

Nulla di ciò che accade è casuale: tutto corrisponde a una logica, a un bisogno, a una necessità.

Un oggetto è un bisogno, il bisogno è un oggetto. La vita stessa è entrambe la cose.

Un oggetto, complesso, da sperimentare, per comprenderne il valore, un bisogno, altrettanto complesso, la cui natura, il cui valore va riconosciuto, per essere compreso.

La conoscenza è valore e bisogno. Ma, nella realtà, l’uomo, poco si conosce e meno ancora si ama.

Anzi, la sua innata tendenza al narcisismo lo conduce spesso a una inversione di valori: vizi, debolezze e difetti, lo trovano con se stesso indulgente e portato a minimizzare, mentre le virtù, poche e rare, sono sovente ignorate e, se riconosciute, suscitano in lui un fastidioso imbarazzo.

Ciò, in parte, spiega come al culto verso la Divinità si sia sostituito un radicato, e talora feroce, culto dell’io.

Così non dovrebbe, riflettendo alla sua limitatezza e caducità, ma, in situazioni normali, l'uomo è più disposto - o costretto - a ragionare con i suoi simili che con il bisogno.

E non è strano che non si riesca nemmeno a concepire di vivere in condizioni di semplice sopravvivenza, intesa almeno come permanente atteggiamento mentale.

Pure, basterebbe riflettere che meno bisogni si hanno, e, quindi, minori costrizioni esterne, maggiore è la libertà di autodeterminarsi verso soddisfazioni più sostanziali, veri obbiettivi vitali, difficili da riconoscere, se la mente è distratta dalla numinosità di taluni oggetti.

Il culto della bellezza esteriore, ad esempio, che è un numen, un dio pagano.

L'insoddisfazione, le frustrazioni e la noia sono altrettante figlie di questo positivo bisogno di autodeterminazione, che esige di essere valorizzato e perseguito.

Dio non è affatto morto, se l'uomo ne ha un tale disperato bisogno. Ma, per possederlo, occorre essere disposti ad attendere.

Dio va meritato. Ma, prima, bisogna meritarsi.

 


 

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