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Nâgârjuna

La Via di Mezzo con le stanze di Nâgârjuna (Madhyamaka-kârikâ)

e con il commento di Thubten Rinchen.

Appendice di Ivana Cortelazzi.

Libreria Editrice Psiche, Torino, 2000.

Pp. 160, 13,00 euro.

ISBN 88-85142-54-0

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Indice

 

PREMESSA

INTRODUZIONE

CAP. I: CRITICA DELLE CONDIZIONI

CAP. II: CRITICA DEL PERCORSO E DEL NON PERCORSO

CAP. III: CRITICA DEL SENSO DELLA VISTA, ECCETERA

CAP. IV: CRITICA DEGLI AGGREGATI

CAP. V: CRITICA DEGLI ELEMENTI

CAP.VI: CRITICA DELL’INTERESSE E DELL’INTERESSATO

CAP. VII: CRITICA DEL COEFFETTUATO

CAP. VIII: CRITICA DELL’ATTO E DELL’AGENTE

CAP. IX: CRITICA DI UN ESSERE PREESISTENTE

CAP. X: CRITICA DEL FUOCO E DEL COMBUSTIBILE

CAP XI: CRITICA DI UN LIMITE ANTERIORE E POSTERIORE

CAP. XII: CRITICA DEL DOLORE

CAP. XIII: CRITICA DEI COEFFICIENTI

CAP. XIV: CRITICA DELLA CONGIUNZIONE

CAP. XV: CRITICA DELLA NATURA PROPRIA

CAP. XVI: CRITICA DEL LEGAME E DELLA LIBERAZIONE

CAP. XVII: CRITICA DELL’ATTO E DEI FRUTTI DELL’ATTO

CAP. XVIII: CRITICA DEL SÉ

CAP. XIX: CRITICA DEL TEMPO

CAP. XX: CRITICA DELL’INSIEME

CAP. XXI: CRITICA DELLA PRODUZIONE E DELLA SPARIZIONE

CAP. XXII: CRITICA DEL TATHAGATA

CAP. XXIII: CRITICA DEI MALINTESI

CAP. XXIV: CRITICA DELLE SANTE VERITÀ

CAP. XXV: CRITICA DEL NIRVANA

CAP. XXVI: CRITICA DEI DODICI FATTORI

CAP. XXVII: CRITICA DELLE OPINIONI

APPENDICE: “I BENEFICI PSICOLOGICI DELLA INVESTIGAZIONE SULLA VIA DI MEZZO”,
di Ivana Cortelazzi

NOTE

BIBLIOGRAFIA

 


 

PREMESSA

 

I commenti introduttivi ed i commenti a fronte dei ventisette capitoli, di cui è costituita la Madyamaka Kârikâ (“Le stanze della Via di Mezzo”) di Nâgârjuna, sono stati ricavati dagli appunti delle lezioni tenute da Thubten Rinchen, insegnante residente del Centro Studi Maitri Buddha di Torino negli anni ’97- ’98- ’99. Gli appunti sono stati curati dal segretario del Centro: Silvio Bonisolo che, con la collaborazione di Thubten Rinchen, ha poi trasformati in bozza definitiva. Maria Teresa Miccono ha successivamente prodotto la dispensa del testo completo, che è stato infine presentato all’editore. La traduzione italiana del testo di Nâgârjuna, già disponibile nei “Testi Buddhisti” della UTET, è di Raniero Gnoli. L’appendice “I benefici psicologici della investigazione sulla via di mezzo è della Dr. Ivana Cortelazzi, psicologa e studiosa di Buddhismo.

 

INTRODUZIONE

 

Commenteremo, in questo libro, il trattato Madhyamaka Kârikâ “le stanze della via di mezzo” del grande saggio indiano Nâgârjuna, vissuto probabilmente a cavallo del primo secolo d.C. e fondatore della scuola principale del Veicolo Universale (Mahayana). Con l’aiuto del Madhyamakavatara “l’introduzione alla via di mezzo” di Chandrakirti (VI sec. d.C.) e del trattato di Lama Tsong Khapa (XVI sec.) “l’essenza delle chiare spiegazioni”, il nostro augurio è di non avere commesso troppi errori.

Gli insegnamenti ricevuti in otto anni di studi sulla “Via di Mezzo” al monastero Nalanda (FR) dall’Abate Rinpoche Jampa Tegchok e, in più di una occasione da S.S. il Dalai Lama, sono un’ulteriore assicurazione che almeno gli errori più gravi sono stati evitati.

Nâgârjuna fu colui che ritrovò i sermoni (sutra) di Buddha che si riferiscono agli insegnamenti sulla vacuità (shunyatâ) e sulla grande compassione (Mahakaruna). La raccolta di questi sermoni, noti come Prajna Paramita, si dice, abbia portato in questo mondo dal regno oceanico dei Naga.

La Prajna Paramita è un testo sulla Trascendente Saggezza ed appartiene al Mahayana, ovvero al Veicolo Universale: il sentiero dei Grandi Esseri (Bodhisattva). Il trattato in rime (stanze), che qui commenteremo, fu scritto in seguito al ritrovamento, con lo scopo di delucidare il senso di quella Prajna (saggezza) ed il definitivo significato della Vacuità universale, ovvero l’interdipendenza di tutti i fenomeni.

Probabilmente i sutra della Prajna Paramita circolavano già in India molto prima di Nâgârjuna in brani sconnessi, frammenti ecc. Quando i theravada (scolari della scuola antica) scrissero il trattato Milindapanha, verso la metà del II secolo a.C., questi sutra Mahayana dovevano essere noti alla scuola Thera perché quel trattato fu scritto proprio per contrastare il diffondersi del Mahayana.

La Prajna Paramita sviluppa il relativismo dell’Abhidharma (il testo di riferimento della scuola Thera) e prova che quanto vi è contenuto è, certo, un insegnamento di Buddha, ma un insegnamento che si riferisce alla verità relativa, non a quella ultima. Per provarlo, la Prajna Paramita si richiama ai sutra Udana i “detti ispirati”, i sutra più antichi ed accreditati di Buddha, in cui la verità ultima è esplicitamente dichiarata: “Le cose non vengono a nascere; non prodotte, non cessano; pacifiche fin dall’inizio, sono Nirvana naturale”.

Così, con la Prajna Paramita ritrovata, Nâgârjuna si dichiara l’interprete più alto delle parole originali di Buddha, perché quelle parole antiche ed autorevoli, (delle Udana), sono proprio il senso della Prajna.

Verità relativa è quando Buddha afferma che tutto quanto esiste è anatta (senza un sé), anicca (impermanente) e dukkha (dolore). Nella Prajna Paramita si dice che non c’è bisogno di identificare questi tre caratteri per designare una produzione, poiché‚ tutte le cose prodotte sono vuote di natura inerente. “La vacuità è forma e la forma è vacuità e… nulla è non prodotto.” Questa è una verità ultima, l’altra è una verità relativa.

Allo stesso modo il dolore, l’origine del dolore ed il sentiero sono verità relative; solo la cessazione del dolore è una verità ultima, assoluta.

Nâgârjuna non si fermò, nella sua ricerca, al ritrovamento della Prajna Paramita. Dopo essere stato nel mondo dei Naga, andò a nord presso i Kuru, dove raccolse un’altra serie di sutra conosciuti come “Sandinimorkana”: i sutra sulla esplicazione dei misteri di Buddha o anche i sutra che delucidano il senso nascosto della vacuità: cioè l’intenzione di Buddha, il segreto amore dell’insegnamento sulla vacuità universale (sunhyata).

È questo un testo bellissimo, che espone l’altro aspetto della vacuità: la non dualità e la luminosità naturale della mente. Di questo sutra, che ispirò gli idealisti, esiste solo una traduzione dal tibetano al francese, presso la Sorbona di Parigi, insieme col commento di S. Asanga. Questi sutra Mahayana sono il fondamento del criticismo conseguenzalista che Nâgârjuna propone sulla sua via di mezzo.

Il testo che commenteremo è dunque un difficile, sottile, irresistibile criticismo; per gente comune come noi non abituata a riflettere questo criticismo sarà un esaltante stimolo a rivedere ogni opinione consolidata. Apparentemente è negativo, Nâgârjuna, perché‚ nei diversi capitoli, critica ogni nozione.

Comincia con la critica delle condizioni (cause e condizioni), continua con la critica del percorso e del non percorso, la critica del senso della vista, degli aggregati, degli elementi, dell’interesse, dell’interessato, critica delle sante verità, eccetera, fino alla critica del Nirvana e delle opinioni. Il suo conseguenzialismo (Prasanjika) sembra non avere fine.

Leggendo, stanza dopo stanza, i diversi capitoli, si ha l’impressione che ogni cosa sia negativa. Non a caso, Nâgârjuna è stato considerato nei diversi secoli un nichilista. Tuttavia, se così è, perché ha voluto corredare questo trattato con lodi esaltanti? La lode del trascendente del mondo, la lode del senza uguale, la lode dell’inconcepibile, la lode della suprema Realtà? Viene il sospetto che Nâgârjuna, al di là della negazione, qualche cosa abbia trovato. Scrive Lama Tsong Khapa: “La comprensione che tutte le apparenze sono mutualmente interdipendenti non è una illusione; è quella il Risveglio, questa la Realtà”.

Con ferma fiducia dunque cominciamo a leggere le stanze del Testo e, riflettendo, lasciamo che, magari, questa Realtà, “inconcepibile”, come dice Nâgârjuna, ci venga incontro.

Quello che faremo è un gioco, un percorso critico, una investigazione analitica fresca che ci condurrà a demolire convinzioni ed opinioni che ci sembravano solide. Più che un testo di Buddhismo da studiare, sarà questo una opportunità di riflessione in cui ci porremo delle domande e cercheremo delle risposte. Diventerà “ineffabile” questa Realtà? Diventerà ciò che non si può dire? Il silenzio dei santi? Non poniamo congetture! Rimaniamo disponibili, aperti.

È forse anche utile sapere che già la Grecia pose alcune delle questioni dibattute da Nâgârjuna, con Eraclito, Parmenide ma soprattutto con Platone.

Nell’ultimo periodo della sua vita, Platone mise in discussione quella perfetta costruzione idealista, che pure era stata l’oggetto di libri memorabili come “Fidia”, “Critone” e tanti altri. Nel “Teeteto” afferma: “ma ciò che è in sé elemento primo si deve denominare senza altre determinazioni. In tal modo, però, è impossibile dire qualcosa a mo’ di definizione…”.

Ed ancora nel “Parmenide”: “Se… non c’è dell’Uno discorso alcuno, è chiaro che non si può dire neppure questo nostro discorso che tratta di queste cose; né ciò ci deve meravigliare; il fatto, dico, che noi che vogliamo conoscere discorsivamente l’ineffabile, il discorso stesso conduca verso l’impossibile.”

La scoperta che potremo fare attraverso questo criticismo integrale è che questo mondo non esiste proprio, oppure che è impossibile, o forse che è solo meraviglioso.

La “conoscenza” non ha nulla a che fare con il “conoscibile”, con quella Realtà, sostiene S. Asanga, che afferma: “Questa nostra conoscenza è la natura immaginativa di quella Realtà.” Questa realtà, dunque, rimane un “conoscibile”?

L’approdo è proprio questo! Ma non si può superare il pensiero non pensando, alla maniera Zen per intenderci, ma piuttosto pensando, riflettendo, andando fino in fondo, usando le parole come un veicolo che deve trasportare altro. Un veicolo non è fatto per trasportare se stesso, è fatto per trasportare altro; altro è quello che dovrebbe arrivare a noi dalla esperienza diretta di questi grandi uomini e da queste pagine: sarà una scoperta personale l’approdo.

Platone continua: “Anche se, dunque, dell’ineffabile ci fosse discorso, non cesserebbe di gettarsi contro se stesso.”

In effetti, tutte le scienze sono contraddittorie, di questo c’è consapevolezza oggi: la matematica, la geometria, le scienze fisiche, la filosofia, tutte finiscono col gettarsi contro se stesse e si combattono da sé. Si combatte da sé ogni disciplina che affronta in maniera discorsiva il proprio campo di investigazione e Nâgârjuna dice: “La vacuità è eliminazione di tutte le opinioni.”

In epoca moderna, Ludwig Wittgenstein, forse il più autorevole rappresentante della moderna ricerca linguistica (ricerca attraverso il linguaggio di cosa si può dire delle cose) afferma: “Questo sentiero è come salire una scala; ogni conoscenza è un gradino e quando sei arrivato in cima è come se lasciassi la scala.” Assomiglia molto, questa, ad un’altra frase Zen: “Questo sentiero (del Buddha) è come una corda. Tu sali e, quando sei arrivato in cima, vai oltre.”

I Koan (frasi assurde delle scuole Zen) sono nati forse nel declino di una civiltà, quella indiana (e cinese), che non era più in grado di trasmettere insegnamenti sofisticati e aveva ormai bisogno di riassumerli in un motto, in una frase che avesse lo stesso sapore dell’ineffabile, dell’assurdo, dell’enigma irrisolto. Noi tenteremo di fare il percorso originale, capitolo dopo capitolo; stanza dopo stanza. Valuteremo gli argomenti sui diversi oggetti della conoscenza: la condizione, l’ente, il divenire, ecc.

Ci sono stati molti uomini, nella storia delle religioni o delle scienze, ai quali il senso della vita divenne, dopo lunghe ricerche e dubbi, chiaro. Tuttavia, nessuno seppe dire poi bene in che cosa consistettero quei dubbi; alla fine, questi scomparvero. Quale cammino dissipò i dubbi ed insieme il contesto entro cui quei dubbi erano sorti? Perché‚ Nâgârjuna, Buddha ed anche Platone non vollero o non seppero dare una risposta su Dio o sull’anima? Poste così, quelle domande su Esistenza o non-Esistenza non avevano più un senso per loro? Né un contesto entro cui affermare o negare? La Via di Mezzo, che nega i due estremi di Esistenza e non Esistenza, non è forse questo cammino?

Il “commentario moderno”, che qui di seguito proponiamo, inizia con le stanze del capitolo I “Critica delle condizioni”. Questa lettura senza commento del testo permetterà allo studioso di farsi un’idea diretta di questo criticismo conseguenzalista e di coglierne tutto il fascino. A questa prima lettura segue un “commento introduttivo” che delucida il contesto ed il linguaggio specifico della dialettica di Nâgârjuna. Quindi, il lettore troverà il “testo e il commento”, stanza per stanza. Per quanto concerne i capitoli successivi al primo, il commentario sarà costituito più semplicemente da un “commento introduttivo” e dal “testo e commento” stanza per stanza.

Thubten Rinchen Guida spirituale del Centro Studi Maitri Buddha di Torino

 


 

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