Omar Ali-Shah
Sufismo e Terapia.
Titolo originale: Sufism as Therapy (Omar Ali-Shah, Londra, 1995).
Prefazione di Anatolio Friedberg.
Trad. it. di Gianpaolo Fiorentini.
Libreria Editrice Psiche, Torino, 2003.
Pp. 240, 16,00 euro.
ISBN 88-85142-67-2
PREFAZIONE
INCONTRO DI TERAPEUTI BRASILIANI A KILYOS, TURCHIA, Agosto 1982
Domande e risposte
CONGRESSO DI SEGOVIA, SPAGNA, Ottobre 1985
Creare una terapia unitaria
La Terapia Granada
Nasrudin e lo psichiatra
Compatibilità
Assenza di energia
La tensione e i bambini
Tessere
Prolungare la vita
Ionizzazione
Unire le persone
Intenzione e organizzazione
INCONTRO DI TERAPEUTI AD ARCOS DE LA FRONTERA, SPAGNA, Agosto 1986
Formulazione della Terapia Granada
Domande e risposte
Diagnosi
CONGRESSO DI CITTÀ DEL MESSICO, MESSICO, Ottobre 1986
Verso una terapia universale
Critica costruttiva
Parlare agli altri della Terapia Granada
Intuito femminile e terapia
CONGRESSO DI AGAETE, ISOLE CANARIE, Ottobre 1988
Formulare una terapia
Simboli
Collegarsi all'essere essenziale
Sforzi inutili
Il fattore stress e la rigidità flessibile
La Terapia Granada e l'essere essenziale
Precisione mentale
Un'erba mi ha svegliato
Per una semplice osservazione...
Ya Shifa
Verificare le fonti
Osservazione, tatto, precognizione e angeli
Verso la Terapia Granada
Malati terminali e altre condizioni
CONGRESSO DI SERRA NEGRA, BRASILE, Aprile 1990
Ascoltare e parlare al corpo e all'essere
Osservare il corpo e l'essere
Copiare in meglio
Visualizzare una terapia con precisione
Stimolare la collaborazione attiva del paziente
Collaborazione tra terapeuti
Risvegliare l'essere essenziale
Gestire la negatività di ritorno
Ya Shifa come contatto con la sorgente
Esperienze visionarie
Terapia e tattiche della Tradizione Sufi
Comunicare i fondamentali positivi
Applicare le tattiche della Tradizione Sufi
Memoria reinventata
Mettere in comune la ricerca
Classificare positivamente
Orgoglio e umiltà
Aiutare i giovani
Influssi terreni
La farmacia cosmica di Nasrudin
Effetti cosmici
Condividere l'esperienza
Condividere conoscenze e tecniche
CONGRESSO DI MONTEFIASCONE, ITALIA, Marzo-aprile 1991
Ottimizzare
Interazione formale e informale
Coinvolgimento profondo e meccanismi di difesa
Nasrudin e la vigna
Ridurre la paura
Usare i propri talenti per creare situazioni
Usare l'essere essenziale
Umiltà, soddisfazione e stato d'animo
Focalizzare lo stato d'animo
Colori
Relazionarsi al Maestro
Relazionarsi alla Tradizione
Ancorarsi alla Tradizione
INCONTRO DI TERAPEUTI BRASILIANI A KILYOS, TURCHIA
Agosto 1982
Domande e risposte
Ho applicato per cinque anni la terapia Fischer-Hoffman. All'inizio mi sembrava valida e risolutiva, mentre ora il mio interesse sta scemando perché inizio ad avere dei dubbi sulla sua validità. Mi chiedo: che cosa sto facendo alle persone? All'inizio della terapia si aprono molto, ma dopo un po' si chiudono di nuovo. Sento il bisogno di trovare nuove linee guida, ma credo di non esserne in grado da solo.
In che modo posso unire le due cose, Tradizione Sufi e terapia? Può consigliare delle linee guida ai terapeuti che applicano la terapia Fischer-Hoffman?
Esistono svariate tecniche, ma nessuna è completamente efficace. Possono indurre un momentaneo miglioramento, ma dopo di ciò occorre un diverso orientamento.
È evidente che non c'è un'unica tecnica applicabile a qualunque persona psicologicamente disturbata, e valida per ogni forma di psicosi. Molto dipende infatti dalla natura della psicosi, dalla sua profondità, dalla causa, e da molti altri fattori che lei conosce benissimo.
Qual è il motivo? È che in Occidente, pur con tutti gli attuali progressi tecnologici, non si conosce realmente il cervello.
Quindi, lavorando su qualcosa che si conosce all'uno per cento, si tratterà sempre di tentativi esitanti.
Personalmente ritengo che il modo migliore di trattare un paziente è imparare a conoscerlo gradualmente, per arrivare a conoscerlo totalmente. Non basta che una persona parli con noi per riuscire a ricavare un quadro preciso dei suoi problemi e del suo stato psicologico, perché ovviamente, essendo una persona disturbata, nasconderà alcune cose e ne esagererà altre.
Così, il quadro che ci formiamo non sarà a fuoco. E lavorando su questo quadro, su che base lavoriamo? Su questa causa, o su quest'altra? Iniziamo dicendoci: "Voglio avere un quadro preciso di questa persona".
E poi: "Per riuscirci, che cosa mi occorre?".
Supponiamo che, per ricavare il quadro completo, mi servano il colore degli occhi e dei capelli, la forma delle labbra, l'angolazione del naso e la struttura ossea. In questo caso non occorre che il paziente ci dica: "Ho i capelli rossi", perché lo vediamo da noi.
E anche se dicesse: "Ho i capelli neri", mentre in realtà sono rossi, noi annotiamo 'rosso' e inseriamo il giusto colore nel nostro quadro mentale.
Quindi, arrivare a poco a poco a conoscere completamente la persona, e giungere a conoscerla con un certo distacco.Dobbiamo osservarla con una relativa obiettività, perché potrebbe essere pericoloso farci coinvolgere troppo dai suoi problemi. Cerchiamo semplicemente di conoscerla.
C'è un fattore, presente nella Tradizione ma assente nella psicoterapia occidentale, che dovete introdurre con grande cautela nella vostra terapia, al momento giusto e nella giusta misura. Qual è questo magico ingrediente?
Compare nelle terapie di Freud, Jung, Adler, Reich o in qualunque altra? No, forse perché tutti costoro non gli assegnavano abbastanza importanza. Non ne vedevano l'utilità. Oppure non sapevano come applicarlo, o ne avevano paura. È una cosa molto semplice, ma è la stessa differenza tra la vita e la morte. È una qualità che si chiama amore. In nessuna terapia occidentale troverete indicazioni su come e perché applicare l'amore. Non so perché un elemento così fondamentale sia stato lasciato da parte. Forse perché non è scientificamente controllabile, non possiamo farne il nostro schiavo. E poiché non lo si può usare in modo scorretto, dobbiamo usarlo correttamente o non usarlo affatto. Per questo si è deciso di non usarlo.
Penso che il fondamento di qualunque terapia sia cinquanta per cento l'amore e cinquanta per cento la conoscenza del paziente. Unendo questi due elementi, sviluppiamo automaticamente un atteggiamento sano e una terapia sana riguardo alla persona e ai suoi problemi.
A mio parere, l'amore è l'elemento mancante nel pensiero psicologico occidentale.
Se lo includete, vedrete che funzionerà per voi e per i vostri pazienti. Voglio dire che siete in grado di usarlo per il semplice fatto di dirvi: "Sì, posso usarlo". Poiché la Tradizione non è una democrazia, posso affermarlo tranquillamente: l'amore è qualcosa che funziona o non funziona.
Come si arriva a conoscere una persona?
In genere si inizia dal classico colloquio psicologico o psichiatrico, cioè da una situazione semi-medica. Il paziente è disteso e voi prendete appunti. Ma sarebbe meglio che le vostre domande assumano la forma di una conversazione con il paziente. Ciò significa che potete incontrare un paziente al ristorante, in un caffè o al night-club. Potete passeggiare assieme sulla riva del fiume e chiacchierare.
Una buona idea è rompere la classica situazione da camice bianco, stetoscopio e blocco degli appunti.
Poi, parlando, trovare un tema di conversazione comune. Potrebbe essere la caccia, la pesca, i libri, i viaggi, o qualunque altra cosa. Lasciate che la persona parli dei suoi argomenti preferiti.
Date all'argomento che interessa il paziente tutto il vostro entusiasmo, parlatene anche voi in tutta l'ampiezza che ritenete necessaria per farvi un quadro della persona. Parte della vostra abilità riguarda appunto questo scambio di idee e il modo in cui condurlo. In questo modo vi formate un quadro della persona e lo riempite perfettamente.
Se vi accorgete: "Quest'area è ancora vuota", utilizzate l'entusiasmo del paziente per un argomento, la pesca o qualunque altro, in modo da riempire lo spazio vuoto.
Riempire gli spazi vuoti potrebbe richiedere molti sforzi, quindi non aspettatevi di riuscirci in un colpo solo. La persona potrebbe arretrare o chiudersi accorgendosi che state cercando di portarla in una certa direzione, con effetti negativi. Potrebbe ritrarsi, e appena vi accorgete di un segnale di chiusura abbandonate per il momento il tentativo e riprovate più tardi, in un luogo o un contesto diverso.
Questo è l'unico modo. Non esiste un sistema veloce per creare il quadro completo. E, lo ripeto, il quadro va formato in modo obiettivo, mantenendo una certa distanza, e non in modo soggettivo.
Sapere come condurre la terapia è molto importante. Ci è stato insegnato a farlo e l'abbiamo fatto bene, grazie alla validità della tecnica. Ma ora il mio problema è come continuare la terapia dopo che la fase iniziale ha avuto successo. A questo punto il paziente ha aperto il suo cuore e vuole qualcosa di più. Che cosa si può fare?
È impossibile stabilire al cento per cento che una persona ha terminato la terapia.
E per quanto riguarda la tecnica?
Per quanto riguarda la tecnica, potete provare a introdurre qualcosa di nuovo. Se vedete che la tecnica è giunta ormai al punto in cui non può procedere ulteriormente, è ovvio che non potete abbandonare il paziente. Continuate a rimanere in contatto, e offrite alla persona qualcosa di nuovo.
È questo il punto.
Io so che cosa offrirei. Offrirei la Tradizione Sufi, ma a volte è difficile a causa dei condizionamenti individuali. I condizionamenti religiosi, sociali, sessuali, politici, economici, o di altro tipo, possono ostacolare la decisione di studiare la Tradizione. Ma io cercherei di proporla in tutti i modi possibili.
Non conosco modo migliore per aiutare le persone. Sapete, sono capace di cambiare una lampadina, sostituire una ruota bucata, comandare un esercito e insegnare la Tradizione, ma le mie possibilità restano sempre limitate.
Potrei suggerire che, come si è fatto per lo spagnolo in Argentina, voi terapeuti brasiliani traduciate un testo della Tradizione in portoghese consigliando i vostri pazienti di leggerlo. Oppure, come fanno alcuni, mettete i vostri pazienti nella mani della Chiesa. Se produce risultati positivi e durevoli, perché no?
Vorrei farle una domanda molto personale. Ho passato tre anni a cercare di scriverle una lettera per avere una risposta alla domanda che le faccio adesso. Sono uno psichiatra, i risultati del mio lavoro sono buoni, ma il mio lavoro non mi soddisfa totalmente. Questa è la mia unica domanda, e vorrei il suo aiuto.
Il mio aiuto è sempre disponibile. Se non è riuscito a scrivermi in tre anni, potrei aiutarla regalandole un francobollo... a patto che non mi scriva in portoghese.
Ritengo che l'insoddisfazione che il suo lavoro le crea sia comprensibile. Forse lei è molto critico nei suoi stessi confronti e, da questo punto di vista troppo critico, il suo lavoro non è sufficientemente ben fatto. Il mio consiglio è di introdurre nel suo lavoro qualche elemento della Tradizione e, se possibile, anche nei suoi metodi di cura. Penso che la sua soddisfazione crescerà, perché migliorerà quello che fa e la percentuale di successi sarà più alta.
Ma non aspetti altri tre anni per scrivermi, perché se una lettera impiega tre settimane per arrivare dal Brasile all'Inghilterra dovrò aspettare tre anni più tre settimane, e l'attesa potrebbe farmi diventare nevrotico...
Per quanto mi riguarda ho risolto il problema di associare il mio lavoro di terapeuta all'appartenenza alla Tradizione Sufi, ma ho visto che a volte l'introduzione di elementi della Tradizione nel lavoro terapeutico può essere un processo molto delicato. Dalle sue parole, ho capito che è possibile usare gli elementi della Tradizione in modo sbagliato. Come iniziare a farli conoscere nel modo giusto?
Può iniziare a farli conoscere attraverso i libri, attraverso le storie di Nasrudin o attraverso altre persone. Oppure può introdurre direttamente lei stesso nel suo lavoro ciò che ha imparato dalla Tradizione.
Non vi dirò mai di fare qualcosa che non sapete fare. Se conosciamo un argomento a fondo, possiamo trasformarlo in uno strumento utile e conosciuto, e applicarlo nel modo in cui sentiamo che va applicato, o con prudenza o con maggiore decisione. Lo ripeto: sta a voi esaminare la persona e valutarne la capacità di usare le informazioni che siete in grado di trasmettere, in modo da ricevere una risposta. Qualunque cosa vogliate sapere, io posso spiegarvela; ma dovete capirla a fondo prima di trasmetterla ad altri, altrimenti è un comportamento irresponsabile.
Sto arrivando alla conclusione che il mio lavoro e il mio sviluppo nella Tradizione sono la stessa cosa.
Usando il mio collegamento con la Tradizione con un paziente, le mie aspettative possono influire negativamente sul paziente?
Dipende sempre dall'intenzione. Se ha la reale intenzione di aiutare una persona, e imparare qualcosa di più aiutandola, il paziente non verrà minimamente danneggiato.
In questo caso, anche usando maldestramente un elemento della Tradizione Sufi il paziente non ne risentirà, ma il rischio è di renderlo confuso su un elemento della Tradizione che il terapeuta non conosce a fondo. Ma anche in questo caso non ci sarà nessun danno.
Esiste nella Tradizione una conoscenza specifica da apprendere e da usare con i nostri pazienti? Io ho ricevuto il suggerimento di lavorare con i suoni e i colori, ma non so neppure dove procurarmi questi materiali o a chi chiedere. Come si fa a trovare materiali della Tradizione che non fanno parte della nostra normale cultura?
No, non ci sono indicazioni specifiche riguardo al lavoro terapeutico. I Maestri della Tradizione che si sono occupati dei disturbi psicologici hanno sempre usato, e continuano a usare, la musica, i colori e gli zikr.
Le farò avere alcuni schemi colorati e alcune musiche. Riguardo allo zikr, può recitarlo per una quindicina di minuti prima della seduta con un paziente. Ciò accrescerà la sua energia e la metterà in grado di comunicare con la persona a livello più profondo.
Riceverà il materiale entro tre anni.
La prego, non tre anni: tre mesi.Non sarebbe possibile in tre giorni?
Un mese.
Questo materiale ha un uso personale, o è utilizzabile da tutti?
È utilizzabile da tutti.
È possibile arrivare a comprendere perfettamente il cervello umano?
Sì.
Ma se è una nozione che manca alla conoscenza occidentale, come possiamo acquisirla? Dove possiamo impararla?
Voi potete impararla, ma io non ve la insegnerò. È una grande responsabilità, un grave peso, ed è molto pericoloso.
Conoscere il funzionamento del cervello umano è una grossa responsabilità, perché si tratta di un'area pericolosa in cui non si possono fare errori.
Ma allora è utile una terapia priva di questa conoscenza?
Certo. Non occorre sapere tutto. Se sapete qualcosa e lo usate correttamente, avrete risultati positivi.
Conoscere completamente il funzionamento del cervello umano significa conoscere i segreti della vita e della morte, e sono segreti molto pesanti da portare.
Sapete perché abbiamo tutti una fossetta sopra il labbro superiore? Lo spiega Fariduddin Attar, e io non ho motivo di dubitarne. Quando un bambino nasce conosce tutti i segreti della vita e della morte; ma, un attimo dopo la nascita, viene un angelo a chiudergli la bocca con il dito, lasciando questo segno.
Ho due domande. Lei ha detto che nessuna terapia è completa, eppure ci sono terapeuti che usano la parola 'guarigione'. Ciò nonostante, i problemi delle persone che terminano una terapia continuano. La prima domanda è: quando un paziente termina la terapia, dobbiamo considerarlo 'guarito' o spingerlo a lavorare ulteriormente con ciò che abbiamo da offrirgli?
Dipende dalla persona. Se il paziente è convinto di essere guarito, potete dirgli tranquillamente: "Lei è guarito e non occorre vederci ancora". Se invece rimangono dei dubbi, e questo dipende come sempre dalla vostra conoscenza del paziente, potete suggerire qualche lettura specifica, un testo della Tradizione Sufi che a vostro giudizio ritenete utile nel suo caso. Ma dare questo consiglio è una decisione personale del terapeuta.
La seconda domanda è simile alla prima, ma riguarda pazienti che appartengono già alla Tradizione. Come fare con questi ultimi?
La risposta è ovvia. Seguono la terapia e continuano a studiare la Tradizione.
Se un paziente che è già nella Tradizione chiede di continuare con un'altra terapia dopo aver terminato la terapia di base, perché non si è ancora liberato dei suoi conflitti emotivi, il terapeuta deve indicare una terapia con cui continuare?
Deve suggerire di continuare il lavoro nella Tradizione, perché ritengo che la Tradizione sia più risolutiva di qualunque terapia. Nella Tradizione Sufi abbiamo già tutto. Con questo voglio dire che io non applicherei mai una terapia a un gruppo della Tradizione, ma sapete che sono all'antica.
Una domanda sulle terapie corporee. Mi sembra di capire che la Tradizione non assegna molta importanza al corpo. Che cosa pensa delle terapie corporee e della bioenergetica? Io applico queste tecniche.
Il motivo per cui nella Tradizione non troverete molto lavoro sul corpo è che noi ci occupiamo di generare e accumulare energia; e, poiché il corpo fisico utilizza l'energia, badiamo meno al lavoro sul corpo.
Però non abbiamo nulla contro l'uso dell'energia fisica, che si tratti di una terapia corporea, una posizione, un movimento o una danza. Si dice che sia possibile determinare i bioritmi del corpo. Lo credo anch'io, ma non ritengo sia così utile. Non la giudico una cosa negativa, e neppure completamente inutile, ma non credo abbia l'importanza che molti le assegnano.
Il corpo controlla i propri bioritmi.
Ciò che andrebbe insegnato con grande attenzione al paziente è l'uso dell'energia fisica nelle situazioni materiali, e l'uso di un'energia ancora più utile nelle attività più profonde. La profonda energia che generiamo è troppo preziosa per usarla nella danza, nei movimenti o in altre attività corporee.Ad esempio, alcuni Sufi all'antica ritengono che lo zikr vada recitato in silenzio, perché siamo così poveri che dobbiamo preservare anche la più piccola parte di energia, e se pronunciamo ad alta voce le parole dello zikr usiamo quella parte di energia per muovere le corde vocali allo scopo di emettere un suono.
Perché allora non conservare quell'energia dicendo le parole interiormente? Ma, secondo me, la differenza è minima.
La mia è una domanda personale. Lo Yoga parla di centri che hanno una precisa collocazione nel corpo, i chakra. Nel nostro esercizio del lataif, invece, non si parla di collocazioni fisiche, ma nello stesso tempo ci viene detto dove concentrarci nel corpo. È un modo più sottile di utilizzare un'energia localizzata? Come funziona? Se non è una collocazione fisica, che cos'è? E perché ci concentriamo su una parte del corpo fisico?
Perché le aree su cui ci concentriamo sono aree in cui si raccoglie l'energia, e l'energia è immagazzinata in precise collocazioni fisiche di cui non parliamo per i seguenti motivi.
Primo, perché non è necessario. L'energia si raccoglie nel centro adeguato e si trasmette ai centri del corpo a seconda della sua qualità. Quindi non ci occorre sapere dove siano collocati questi centri.
Secondo, non è necessario che sappiate dove sono perché gonfiereste enormemente la faccenda. Supponiamo che un punto sia nella cornea dell'occhio sinistro.
La gente direbbe: "Oh, la cornea del mio occhio sinistro!", se la dipingerebbe in oro, oppure se la strapperebbe. Quindi fatelo senza domande. Vera democrazia.
Per me, la cosa più misteriosa della psicologia sono i sogni. È possibile considerare un certo tipo di sogni come un contatto con un'altra dimensione?
No. Per quanto riguarda il cervello, il sonno fisico è un periodo in cui vengono sostituite le cellule morte o danneggiate, e lo stesso è applicabile anche al livello psicologico.
Ha detto che un certo tipo di musica contemporanea può essere pericolosa. Vorrei sapere a che pericolo si riferisce. E come distinguere tra ciò che è pericoloso e ciò che non lo è?
Il modo più semplice è ascoltare e valutare da sé. Se percepite una tensione, probabilmente è una cosa pericolosa.
Non sto parlando di una musica che vi fa venire voglia di alzarvi e ballare, ma solo se notate in voi piccoli segni di tensione.
Il sistema umano si identifica con un ritmo o una tonalità, oppure li rifiuta; e in quest'ultimo caso è avvertibile un senso di ostilità.
Saprete ad esempio che le luci stroboscopiche delle discoteche sono dannose, perché lampeggiano allo stesso ritmo del cervello (68 cicli al secondo). Equivale a scolarsi una bottiglia di whiskey: l'istante successivo siete crollati a terra. È qualcosa di distruttivo; la gente lo sa, ma continua lo stesso. Non c'è nessuna forma di controllo, nessuna legge che lo impedisca. È terribile.
Ci sono tanti tipi di musica, ma ho notato che mi sono abituato alla musica che ascoltavo da ragazzo, e che qualunque altro tipo di musica ascoltato per la prima volta mi sorprende e ci metto un po' ad abituarmi. Vorrei sapere se è normale o se la musica moderna, soprattutto quella dodecafonica, può essere davvero pericolosa.
Può essere davvero distruttiva. Soprattutto se il volume è troppo alto, il timpano, che è molto delicato, con il tempo si può danneggiare. Per fortuna l'impatto del suono viene filtrato internamente e non gli viene consentito di arrivare alle aree che potrebbe danneggiare.
Quindi, ascoltate senza questa paura.
Ciò mi conduce a un altro argomento, che sono certo che tutti voi che lavorate nel campo della psicologia e della psichiatria avete incontrato: la paura.
Molto spesso, una delle cause della nevrosi è la paura.
Per molte persone la paura è una cosa molto reale. Non basta dire: "Di che cosa hai paura? Non c'è nessun motivo", perché per loro la paura è qualcosa di molto reale e concreto.
Conosco un paio di storie sulla paura. Una è una vecchia storia di Solomon Schwartz, e l'altra è mia. Schwartz dice: "La paura bussò alla porta. La fede aprì, e non vide nessuno".
Una notte i miei figli, Amina e Arif, stavano piangendo nella loro stanza. "Che cosa c'è?", chiesi.
"C'è un lupo in giardino", dissero. Per loro, il lupo era reale.
"Bene", dissi. "Non mi piace avere dei lupi in giardino, è una cosa che non va bene. Vestitevi, io prendo una torcia e una pistola, scendiamo assieme in giardino, guardiamo bene sotto gli alberi e dentro tutti i cespugli, e se troviamo il lupo lo facciamo fuori".
Facemmo così. Alla fine chiesi: "C'è qualche posto in cui dobbiamo ancora guardare?".
"Tra quegli alberi laggiù", dissero.
Guardammo, e anche lì non c'era nessun lupo. Perciò dissi: "Il lupo è scappato". L'effetto fu duplice. In primo luogo, i bambini si stancarono e dormirono otto ore filate. Secondo, capirono che se c'era un lupo, un orso, o qualunque altra cosa spaventosa, papà se ne sarebbe occupato.
Ma questo tipo di paura può diventare molto reale, va trattata con molta attenzione e dissolta. Va diluita a poco a poco, e non ignorata dicendo: "Quale paura? Non c'è nessun motivo di avere paura. Vediamo invece quali sono i suoi reali problemi".
Vuol dire che non dobbiamo contraddire quello che il paziente ci dice?
Sì. Se qualcosa esiste per una persona, dobbiamo accettarlo. Una possibilità è cercare quella cosa con una torcia e dimostrarle, o convincerla, che non esiste.
Contraddire direttamente produce l'effetto: "Costui non mi capisce. Come può capire i miei problemi, se non capisce che ho paura di attraversare la strada e che devo salire su un taxi?".
Occorre trovare un equilibrio per accettare inizialmente la fissazione di una persona e in seguito smontarla.
Per riuscirci bisogna agire con delicatezza, e per farlo c'è un unico modo: osservare il vostro modo di intervenire, valutarlo e vedere se funziona. Se andate troppo veloci, rallentate.
Formandovi il quadro di un paziente, il quadro deve includere tutto ciò che il paziente dice ed esprime. Se il suo polso è normale, tutto bene: potete intervenire sul punto che volete toccare. Ma se lo sguardo esprime una cosa e la bocca un'altra, è un segnale da notare e, in dipendenza di esso, procedere, fermarvi, o ritornare sul punto in seguito.
Che cosa può dire riguardo all'essenza?
Potrei dire molte cose sull'essenza, è una domanda troppo ampia.
Può dare almeno qualche indicazione per capire quando stiamo lavorando con l'essenza e quando invece sulla personalità? Ammetto che è una domanda molto vaga. Tre indicazioni, per favore.
D'accordo, tre indicazioni.
Primo, e fondamentale, si lavora con l'essenza quando si applica qualunque tecnica e qualunque contesto della Tradizione. Questa è la prima cosa.
Secondo, si lavora con l'essenza se, prima di iniziare qualunque attività, invochiamo ciò che chiamiamo nyat, o intenzione. Ciò implica dieci o quindici minuti di zikr. Se vi concentrate sul ricevere aiuto dalla Tradizione, ciò che poi farete sarà usare l'essenza.
La terza indicazione, e la più difficile, riguarda i casi in cui state trattando una persona e improvvisamente non sapete più che cosa fare. Poi, senza sapere come, la soluzione arriva di colpo. Questa è l'essenza al lavoro. C'è poi una quarta indicazione, una quinta e una sesta, ma aspettiamo l'anno prossimo.
Da quando sono entrato nella Tradizione, ho sperimentato la sua terza indicazione! Le cose arrivano improvvisamente, e spesso mi scopro a dire cose che ignoravo di sapere e che sono di reale aiuto al paziente.
Ciò accade grazie al fatto che ha fatto certe letture, si è recato in certi luoghi, ha acquistato un tasbih, un tappeto o un oggetto della Tradizione Sufi, e nel momento in cui ne aveva bisogno l'energia dell'oggetto l'ha raggiunta.
Qualcuno potrebbe dire: "Ho letto una certa cosa, ma non l'ho capita". Sì, forse non la capite in questo momento, ma quando avrete davvero bisogno di capirla la capirete. È come un investimento.
La regola numero 9 (Ukufi Zamani, 'fermare il tempo') è un modo per avvicinarsi di più all'essenza? Oppure per conoscerla con un altro strumento?
No. Sentiamo la presenza dell'essenza, e i suoi profondi effetti, quando riceviamo una risposta dalla superficie, un'eco che ci dice che l'essenza è al lavoro. Ma è un'eco molto sottile, molto flebile.
Il motivo è anche troppo ovvio: usiamo l'essenza dei centri profondi del corpo caricandola e usandola. Se portassimo in superficie questo concentrato di essenza, ci esploderebbe nella testa.
L'essenza agisce in modo inconscio?
Sì.
Mentre svolgo il mio lavoro sento il mio collegamento con la Tradizione, e a volte è molto forte. Altre volte, però, è come se non ci fosse, e il mio lavoro diventa confuso. Come posso fare per rendere stabile il mio collegamento, affinché non sia né troppo né troppo poco?
Si conceda una pausa di cinque minuti, e richiami il collegamento.
E ora, con il vostro permesso, devo vedere il mio psicologo.
Webmaster: Dario Chioli