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Omar Ali-Shah

Sufismo Oggi.

Titolo originale: Sufism For Today (Omar Ali-Shah, Londra, 1989).

Trad. it. di Gianpaolo Fiorentini.

Libreria Editrice Psiche, Torino, 2003.

Pp. 208, 15,00 euro.

ISBN 88-85142-65-6

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Indice

 

Prefazione all'edizione italiana

1. Le caratteristiche della Tradizione

2. Il concetto di maestro in Oriente e in Occidente

3. Definire e riconoscere l'armonia

4. Creare armonia nelle situazioni individuali e di gruppo

5. Esercizi individuali e di gruppo

6. Organizzazione del gruppo e cambiamenti

7. Valutare le situazioni e il loro cattivo uso

8. Tensione

9. Calamità naturali e innaturali

10. Politica e fondamentalismo

11. Concentrare l'intenzione

12. Categorie ed etichette mentali

13. Feedback

14. Usare i sensi per ottimizzare la consapevolezza

15. Gratitudine

16. Spiritualità e responsabilità

17. Usare la Tradizione per affrontare le situazioni interiori negative

18. Fede

19. Domande e risposte: religione, morte, Dio e destino nel contesto della Tradizione

Glossario

 


 

19 . DOMANDE E RISPOSTE: RELIGIONE, MORTE, DIO E DESTINO NEL CONTESTO DELLA TRADIZIONE

 

Anche se manteniamo la solidarietà e l'unità, spiritualmente e fisicamente, non significa che saremo immuni dalle difficoltà.

Significa però che quelli di noi che saranno in difficoltà avranno il sostegno di ogni fratello e sorella della Tradizione, perché se un membro o un gruppo della Tradizione ha dei problemi risponderemo tutti assieme. Non soffriamo tutti insieme, ma inviamo energie positive a quanti hanno dei problemi, e con questa effettiva energia possiamo aiutarli a superarli.

Ciò non significa che risolveranno più facilmente i problemi, ma che recupereranno più velocemente.

Siamo una fratellanza di fratelli e sorelle, una famiglia: toccatene uno, e ci toccate tutti.

Alcuni saranno, in un momento o in un altro, più vulnerabili, potranno soffrire più di altri, ma vi do due garanzie.

Non promesse, perché non dispenso promesse, favole ed esagerazioni: si tratta semplicemente del fatto che se inviamo le nostre energie unite ad amici che hanno dei problemi, i problemi e gli effetti collaterali saranno molto minori.

Nella Tradizione c'è una funzione di responsabilità di cui voglio parlare. Nella Tradizione, la responsabilità è quella che ognuno assume su di sé.

Abbiamo la responsabilità di fare lo sforzo per capire e quella di cercare di spiegare agli altri ciò che abbiamo capito; ma dobbiamo fare attenzione ad aver capito correttamente prima di spiegarlo ad altri, altrimenti può diventare un'interpretazione e non una comprensione, poi avremo l'interpretazione dell'interpretazione, e così via.

Nella Tradizione, una delle funzioni dei membri più anziani è comunicare.

Non c'è autorità senza responsabilità.

Da quanto più tempo una persona è nella Tradizione, tanto maggiore è la sua responsabilità di spiegare a chi è arrivato da poco.

Tutti abbiamo dubbi e domande.

Essendo sempre presente la possibilità di esprimere i nostri dubbi ad altre persone, sentiremo spesso anche queste ultime dire: "Sì, anch'io ho avuto questa stessa domanda, questo stesso dubbio".

Si può rispondere: "Fai questo o quello, pensa questo o quello", oppure: "In quella situazione, di fronte a quel problema, ho fatto questo, quello, o quell'altro".

La vera risposta sta tra queste due possibilità.

Per dare un consiglio preciso a una persona, dovete conoscerla a fondo. È responsabilità di ogni membro più esperto conoscere le persone del suo gruppo.

Se rivolgo a un membro più esperto una domanda a proposito di qualcuno, dei suoi problemi o dei suoi dubbi, non voglio sentirmi rispondere: "Non saprei".

Per usare l'autorità dovete capire l'autorità, per dare ordini dovete imparare a riceverne.

Il contatto è la cosa più importante. Contatto non significa che ognuno è responsabile di ogni azione di ciascun altro.

Contatto significa sapere se è presente un problema o un dubbio. Significa anche scegliere il momento e il modo giusti per aiutare quella persona.

Se siete attenti nelle normali situazioni sociali, nella Tradizione è altrettanto possibile e necessario comunicare scegliendo il momento e la tecnica adatti.

Se pensate che un amico abbia un problema o un dubbio, e se per esempio prendete un caffè con lui, create una situazione di comunicazione e di rapporto.

Spero che non lo invitiate a bere un caffè e vi sediate dietro una scrivania con un camice bianco e un taccuino in mano: anche questa tecnica ha il suo luogo appropriato.

Come sempre, né un estremo né l'altro, ma un equilibrio tra i due. Dovete imparare non solo in che modo agire, ma anche quando.

Decido che farò qualcosa tra un'ora, ma tra un'ora la situazione sarà cambiata, e quindi dovrò modificare la mia tecnica adattandola al momento. Il momento e la situazione si riconoscono sentendoli.

Se una persona si trova in una situazione particolare, potete osservarla e dirvi: "Ricordo che in una situazione simile ho fatto quella certa cosa", la fate, e si rivela un disastro.

Allora dubitate della tecnica, dubitate di voi stessi, esaminate voi stessi, la situazione e la tecnica, trovate una situazione simile, rifate la stessa cosa, e si rivela di nuovo un disastro.

La situazione è la stessa, la richiesta è la stessa, il problema, le persone e il luogo sono gli stessi, ma il momento è diverso.

Un giorno Nasrudin tornava a casa dalla preghiera del venerdì. Era un po' triste, passò davanti a un vecchio cimitero e vide una tomba aperta. Pensò: "Chissà com'è la morte".

Entrò nella tomba e si distese a guardare passare le nuvole: c'era calma e quiete.

Rimase così per quindici o venti minuti, e nel frattempo un uomo aveva fatto entrare i suoi cammelli nel cimitero per farli pascolare.

A un certo punto, Nasrudin pensò: "Bene, adesso è meglio che torni a casa".

Uscì dalla tomba, i cammelli si spaventarono, e l'uomo lo bastonò di santa ragione. Nasrudin arrivò a casa molto in ritardo per il pranzo, sua moglie andò su tutte le furie, e Nasrudin le disse: "Non arrabbiarti, ho provato a sentire com'è la morte".

La moglie si incuriosì, e gli chiese: "Molto interessante! Com'è la morte?". Nasrudin rispose: "È molto calma, molto quieta, si vedono le nuvole passare e tutto è molto tranquillo.

C'è solo un problema: se spaventi i cammelli ti prendono a botte".

Quella è un'interpretazione della morte.

Inoltre, può capitare che chi racconta questa storia tralasci il particolare delle bastonate.

Se la storia viene tagliata, l'interpretazione diventa: Nasrudin dice che la morte è molto tranquilla, vi stendete a guardare le nuvole, e tutto è finito. Possono esserci eccessi di interpretazione e interpretazioni per difetto. Molto meglio nessuna interpretazione.

 

* * *

 

Secondo le tradizioni e le leggi dell'Islam, Muhammad è il sigillo dei profeti, o l'ultimo profeta.

Occorre capire chiaramente la relazione tra l'Islam, la Tradizione e il Cristianesimo, e ciò solleva un altro problema.

Quando il Corano e le tradizioni dell'Islam si riferiscono a Muhammad come all'ultimo profeta, o sigillo dei profeti, affermano automaticamente che l'Islam riconosce e accetta il Profeta e tutti i profeti prima di lui, incluso Gesù.

Non abbiamo bisogno di addentrarci in lunghe e complesse discussioni sui postulati di una religione, sull'identità del suo fondatore, sull'autorità del fondatore o di altri personaggi eminenti: lasciamo queste cose agli argomentatori di professione.

La validità di ogni scrittura è indubbia, si tratti della Torah, della Bibbia o del Corano.

Il contesto, il messaggio e i valori sono assolutamente simili.

Quindi, a proposito della relazione tra la Tradizione e il Cristianesimo, la risposta è che c'è una relazione e che non c'è competizione, problemi, conflitto o critiche.

Allo stesso modo, se accettiamo che i profeti siano stati grandi maestri, come indubbiamente lo furono, non dovrebbe esserci competizione tra loro.

I teologi professionisti possono creare aree di conflitto tra le diverse religioni: è il loro mestiere, perché senza discussioni teologiche si troverebbero disoccupati. Il problema del valore delle religioni non è realmente importante, perché quello che noi facciamo è esaminare le radici comuni di tutte le religioni e le fedi.

Se risaliamo agli insegnamenti di base dei grandi maestri del passato, troviamo un'eredità comune: essi erano ortodossi nel senso più vero del termine.

Se è vero che annunziarono e condivisero una comune sorgente di verità, allora posso dire una cosa: io sono più cattolico del Papa.

Rispetto alla domanda se dobbiamo aspettare un altro profeta, o se le religioni costituite, l'ultima delle quali è vecchia di millequattrocento anni, abbiano perso il loro slancio e siano ormai logore, la risposta a entrambe le domande è no.

Se sembrano logore e prive di forza, la colpa non sta nelle religioni, ma nelle persone la cui funzione era quella di aggiornarle costantemente. Quando queste persone persero lo spirito del messaggio e presero il messaggio alla lettera, persero lo slancio.

I riti tecnici delle varie religioni possono essere aggiornati e adattati senza per questo scendere a compromessi.

Certo, la qualità e il carattere di una religione devono conservare e mantenere il loro posto in una società che cambia, ma con questo non intendo dire che si debbano installare juke-box e snack-bar nelle cattedrali e nelle moschee per attirare la gente, perché l'esperienza mi ha insegnato che è l'atmosfera e la qualità di una cattedrale, una sinagoga o una moschea, e la qualità delle persone che le dirigono, che attira la gente, non le insegne al neon o il bingo.

Se teniamo fermo lo scopo fondamentale e i valori di una religione, la sua struttura e la sua forma in una società in cambiamento sono facili da stabilire.

Ma ciò va fatto bene e con attenzione, dai professionisti.

C'è realmente il pericolo che un luogo di culto, che sia una sinagoga, una chiesa o una moschea, possa perdere il suo posto nella cultura di un popolo, perché, se diventa un monumento alle credenze del passato, può perdere la sua forza e il suo slancio.

Se un luogo di culto poggia sulla superstizione e la monumentalità, è destinato a morire.

Se invece conserva e sviluppa un posto, non solo nella cultura di un popolo, ma anche nel suo cuore, continuerà a svilupparsi e a essere funzionale.

La funzione di un edificio consacrato al culto è essere un luogo di sicurezza e di pace; almeno, dovrebbe essere così, ma troppe volte diventa un vuoto monumento ai sogni.

Negli ultimi cinquant'anni, molti religiosi di fedi e religioni diverse hanno cercato di aggiornare la loro immagine.

Alcuni hanno ingaggiato agenzie pubblicitarie per indurre la gente a occuparsi di più di loro, altri hanno indossato jeans e giubbotti di cuoio, si sono fatti crescere i capelli fino al sedere o si sono fatti il piercing ai denti.

Ma perché ricorrere a un approccio 'alla moda', se il vostro messaggio è valido di per sé? Se parlate e comunicate con le persone a molti livelli, se parlate al loro cuore, perché cercare di attirare anche i loro occhi?

Certo, si può e si deve usare metodi diversi per attirare e mantenere l'attenzione: lo faccio anch'io.

Ma se cerco di attirare l'attenzione solo con l'impatto visivo che suscito, dopo un po' quell'impatto si logora.

Usare mezzi artificiali per attirare e conservare l'attenzione funziona solo in un contesto artificiale.

Chi sente il bisogno di suonare la chitarra sul pulpito e di indossare i jeans per essere alla moda, disprezza il buon senso generale.

Tutti, in un momento o in un altro della vita, si mettono in ricerca. Molto spesso non sanno che cosa stanno cercando, ma sentono profondamente che nella loro vita, nella loro esistenza, manca qualcosa. Se stabiliscono a priori quello che cercano, c'è il rischio che facciano una scelta condizionata, ossia che partano dall'idea: "Voglio quel particolare sistema filosofico, quella particolare tattica esoterica, quella particolare esperienza soprannaturale", e probabilmente la troveranno.

Per loro può essere giusto così. Tanti altri, invece, sono spinti a cercare da un sentire che non saprebbero definire: sanno che cos'è solo quando lo trovano.

Ma sanno di che cosa hanno bisogno, quando l'hanno trovato riconoscono ciò che hanno trovato, e sanno tutto ciò grazie a quello che potremmo chiamare un sesto senso, un sentire interiore.

Che cosa ha a che fare tutto ciò con il posto della chiesa o della religione nella società umana?

Molto semplice: dalla religione e dalla fede proviene una filosofia evolutiva che è nel contempo all'interno e al di là della religione.

Una religione completa è fatta fondamentalmente di due aspetti: l'insegnamento pratico o storico, e quello filosofico o esoterico.

Le attività, la storia e la tradizione di una religione hanno in genere la funzione di introdurre le persone all'insegnamento filosofico ed esoterico. Per varie ragioni, gli insegnamenti esoterici, nascosti o segreti della religione sono stati a volte deliberatamente rimossi.

Questa può essere una delle ragioni per cui sembra che una religione perda di forza e di slancio: perché proprio la funzione della religione che consiste nell''introdurre' è stata recisa nel punto in cui avrebbe dovuto iniziare.

Il primo aspetto prepara il secondo. Senza il secondo, il primo cadrà in rovina o si metterà a girare su se stesso come una gomma da masticare filosofica: presto perde il suo gusto, ma si continua a masticarla perché è diventata un'abitudine.

Spesso le persone si fermano al primo aspetto della religione, ripetendolo in continuazione sperando che le conduca a qualcosa di cui intuiscono l'esistenza.

È comprensibile che non siano disposte a lasciare l'aspetto della religione in cui sono vissute: la loro gomma da masticare.

Alcuni abbandonano il Cristianesimo per passare all'Islam, all'Ebraismo o a qualunque altra cosa perché hanno sentito dire che là, in un'altra religione, c'è uno sviluppo o un insegnamento segreto.

La verità, naturalmente, è che c'è un contenuto nascosto, un insegnamento segreto, in tutte le grandi religioni. Se non funziona pienamente, è perché alcuni suoi aspetti sono stati deliberatamente soppressi.

Potreste pensare che sia un'accusa molto pesante nei confronti di generazioni di sacerdoti delle più diverse confessioni.

Personalmente muovo questa accusa ad alcune persone che hanno detenuto posizioni di autorità, non certo a tutti, e penso che abbiano fatto così per mantenere il loro potere.

Il contenuto esoterico o segreto di una religione mira alla liberazione da qualunque forma di dominio, perché favorisce lo sviluppo interiore delle persone.

Se siete un prete e non capite la vera funzione dell'insegnamento nascosto, potreste pensare che mini la vostra autorità.

Potreste pensare che allontanerà la gente dalla religione istituzionalizzata e che potrebbe addirittura sostituire la religione istituzionalizzata nella vita e nel cuore delle persone.

Non è vero. La funzione sociale di una chiesa, cioè celebrare i riti della nascita, del matrimonio e della morte, essere un santuario dove si celebra il culto, ha un posto importante in qualunque società.

In un contesto filosofico o esoterico, al di fuori della situazione formale della chiesa, potete fare delle esperienze esoteriche, ma se chiedete a un normale giovane se preferisce fare un'esperienza esoterica o sposarsi, non credo che l'esperienza esoterica riceverebbe molti voti. Le religioni, se conservano il messaggio originario nella sua interezza, non hanno in sé un fattore di decadenza: decadono se sono state cambiate e modificate al punto da non riconoscerle più.

 

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Mi è stata fatta una domanda sulla morte e su quale dovrebbe essere la nostra reazione di fronte alla morte. La risposta è: reagire in modo utile. Ovviamente ci sono forti emozioni collegate alla morte.

Non dico che di fronte alla morte di qualcuno non si debba avere emozioni: è una cosa normale e naturale. Ma se osserviamo la nostra emozione in modo corretto, vedremo che l'emozione è rivolta soprattutto a noi stessi. Ci dispiace per noi perché abbiamo perso un amico, una persona che amiamo, e abbiamo perso il contatto fisico con quella persona. Sì, è una perdita, e siamo tristi.Una persona è morta quanto noi pensiamo che lo sia. Se continua a vivere nel nostro ricordo e nel nostro cuore, se la ricordiamo con umorismo e affetto, è assente ma non è morta. Ovviamente dipende dall'idea che ne abbiamo: possiamo pensare che la morte sia giacere in una buca nella terra o vederla come parte del processo dell'esistenza che continua.

Nella Tradizione, due o tre settimane dopo la scomparsa di una persona, la sua famiglia o gli amici organizzano un incontro per un caffè, un tè, una bevuta comune, una cena e così via, per ricordare la persona e parlarne con umorismo e affetto, per conservarla nella memoria come una persona presente..

Non cadete nell'estremo di considerare il defunto una sorta di spirito che vaga per casa, e in nessun altro estremo. Siete in lutto, vi dispiace per la perdita di quel contatto, ma ne mantenete vivo il ricordo.

 

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Che cos'è la paura, e si può controllare o eliminare? La risposta è precisa e succinta: mediante la fede. Dobbiamo imparare l'applicazione pratica della fede, imparare come applicarla. Come applicare le tecniche della Tradizione nel modo corretto? Quando dico corretto, intendo dire al momento giusto e in modo positivo. Se ci troviamo in una situazione di paura, ogni tecnica, ogni richiesta di aiuto o di soccorso deve essere un'azione positiva, e non una reazione superstiziosa. Una protezione semplice, utile ed efficace contro la paura, è rivolgersi a un'energia che vi aiuti in quella situazione.

Questa energia deve provenire da una sorgente: una persona, un luogo, un contesto o un ambiente. In situazioni di paura, che in genere è un'emozione negativa, la tattica consiste nell'inondare la coscienza di positività. Se siete davanti a una paura precisa, o se avete un certo numero di paure indefinite, e vi sentite deboli o vulnerabili, non è vergognoso chiedere aiuto. Dopo di tutto, in una situazione di paura per un pericolo fisico, se ad esempio qualcuno vi minaccia, chiamate un amico o la polizia. Di fronte a paure indistinte, ma ugualmente minacciose, evocate nella mente una persona, un luogo o un contesto che per voi è altamente positivo, poi prendete quell'energia positiva e la usate contro la paura negativa. Qualsiasi persona, luogo o contesto sia per voi positivo o potente, usatelo..

Forse non sarà sempre la stessa energia, ma deve essere sempre una persona, un luogo o un contesto che vi è familiare. Non deve essere qualcosa di sconosciuto con cui vi sentite a disagio.

Usando questa carica positiva, dovete usarla con forza e determinazione, senza tentennare: "Devo usarla? posso usarla? ho il diritto di usarla? è una situazione sufficientemente negativa da poterla usare?".

La risposta è sì, potete usare questa tattica in tutte le circostanze in cui è presente la paura.Se è una paura generica per qualcosa che non conoscete, o capite di che si tratta, e in questo modo diventa conosciuto, o stabilite che, siccome è appunto vago e sconosciuto, non può avere troppa influenza su di voi. Osservate le vostre paure, esaminatele, risalite alla loro origine e cercate di scoprire da dove vengono..

 

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Quale è la massima vicinanza con Dio che una persona può raggiungere?Non è una buona domanda, perché su questo argomento sono state scritte montagne di libri. Dato che non è una buona domanda, non vi darò una buona risposta: vediamo solo che cosa può essere Dio per una persona. Possiamo mettere Dio in una posizione di elevatezza e di potere, non c'è dubbio sul fatto che lo sia.

Ma come entrare in relaziona con Dio? Con l'aiuto dei libri e dei testi della Tradizione, dovremmo cercare di sviluppare quella che possiamo definire un'idea personale di Dio. Raccomando la lettura dei libri e degli scritti degli antichi maestri, perché in un modo o in un altro, direttamente o indirettamente, ci aiutano a sviluppare questa visione personale. Un altro aiuto sono i 99 nomi o attributi di Dio, che ci danno un'idea immediata dell'ampiezza dell'essere di Dio..

Non possiamo e non dobbiamo pensare che Dio è soltanto terribile, perché significa assegnargli un solo attributo. Se decidete che Dio è soltanto terribile, geloso o punitivo, il vostro atteggiamento sarà molto vicino alla paura. Sì, può essere d'aiuto dirsi: "Meglio non fare quella cosa, perché Dio mi punirà".

Qualunque considerazione vi trattenga dal fare qualcosa di negativo per voi stessi o per gli altri è sicuramente benefica. Ma, se volete evitate un errore, lo fate per paura o perché non volete cadere in quell'errore? Il secondo motivo dovrebbe prevalere sul primo.

Se vi dicono: "Penso che sia meglio che tu faccia questa cosa piuttosto di quella", la scelta è sempre vostra. Potete continuare a sbagliare, o cambiare assumendo un atteggiamento più utile.

Nelle scritture e nelle rivelazioni che Dio ha donato all'uomo, ha dato ordini e comandamenti, ma nello stesso tempo ha rivelato i suoi aspetti misericordiosi. Omar Khayyam scrive nel Rubayyat un verso a questo proposito.

Un uomo si lamentava con Dio dicendo: "Mi hai creato con tutti i miei peccati. Punirai me per questi peccati, o l'errore è tuo per aver creato qualcosa di imperfetto?". La risposta è ovviamente nella gamma delle qualità possedute da Dio.

Potreste dire: "È tutto molto bello, ma come faccio a sapere di quale umore sarà Dio nel momento in cui farò qualcosa?

Sarà misericordioso o vendicativo?". O non fate niente o vi assumete il rischio. Ma, se avete esaminato chiaramente la situazione e il contesto in cui agite, dovreste essere in grado di farvi un'idea approssimativa, perché se gli effetti di ciò che state per fare saranno negativi per voi o per gli altri, non occorrono profondi esami filosofici per capire che come risultato avrete un problema.

Ciò non significa guardarsi alle spalle per paura di ricevere una bastonata in qualsiasi momento. Spesso, chi commina la punizione e chi la subisce è la stessa persona. Se scagliate un sasso contro una finestra e mandate il vetro in mille pezzi, Dio non ne soffrirà né sarà particolarmente infelice.

Ciò che normalmente accade è che il proprietario della finestra vi agguanta e vi dà un pugno in un occhio. Bene, quel pugno nell'occhio non va considerato come una vendetta divina.

Una persona cerca Dio, e a poco a poco si fa un'idea della natura di Dio. Ovviamente la definiamo attraverso modalità e influssi di natura personale, e possiamo venire influenzati da ciò che desidereremmo che Dio fosse. Gli argentini vorrebbero che fosse argentino, le donne che fosse una donna. Io sono sicurissimo che Dio sia afghano, ma è una mia idea personale. Cercando di avvicinarvi a Dio, non potete decidere che abita al 75.000 piano, perché passereste la vita a costruire una torre per raggiungere quell'altezza.

Poiché Dio è Dio, e ha tutto il potere che desidera, quando avrete finito di costruire la vostra torre potrebbe aver traslocato, e così dovete ricominciare daccapo. Per avvicinarvi a Dio, cominciate a sviluppare una comprensione della sua natura.

Se cercate di comportarvi il più armoniosamente possibile in relazione agli attributi di Dio, non diventerete Dio, ma ne potrete condividere la natura. Non cominciate certo a sentirvi Dio o a credere di essere Dio, ma se consideriamo che Dio vede l'umanità attraverso i suoi attributi, è lecito pensare che ne gioisca. Quindi, se cerchiamo di sviluppare le sue stesse qualità, potremo iniziare a sviluppare il medesimo appagamento di Dio nei confronti dei suoi attributi.

 

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Il destino è un contesto. Potreste citare un'infinità di scrittori e poeti che hanno detto che il destino è il destino, che ciò che è scritto è scritto, che l'uomo non può evitare il suo fato, e così via.

Se è così, se il destino di ciascuno è scritto alla sua nascita, c'è da chiedersi: qual è lo scopo della vita?

Se esperienze e situazioni sono prestabilite e non posso farci niente, qual è lo scopo della mia vita?

La vita si può descrivere con un'immagine molto semplice: la vita è un viaggio.

Supponiamo per un momento che ci sia un punto di partenza, la nascita, e un destino finale, e che tra i due ci sia il viaggio, la strada.

In realtà non è così semplice, perché la cosa importante è il viaggio, il percorso, non l'arrivo al destino finale.

Un uomo, supponiamo che sia un falegname, lascia la sua città per cercare lavoro in un altro paese.

Non ha un biglietto fino alla sua destinazione, e neppure il denaro per pagarsi le spese durante il viaggio. Fa un pezzo di strada, incontra persone nuove, mette a confronto i punti di vista.

Arriva a un primo villaggio e, non avendo denaro, si mette a fare il falegname. Per sei mesi, un anno o tre anni sviluppa ulteriormente la sua abilità di falegname.

Alla fine è riuscito a mettere da parte un po' di denaro, e riprende il suo viaggio.

Incontra altre persone, visita altri paesi, e allarga le sue esperienze. Arriva in una città, si mette di nuovo a lavorare come falegname, e sviluppa ancora di più le sue capacità.

Continua così, viaggiando e imparando sempre nuove cose sul viaggio e sulle persone. Impara a conoscere anche molte cose di sé: come reagisce a certe situazioni, a certi problemi.

Quando infine arriva a destinazione, o al suo destino, è una persona migliore e un falegname migliore. Se nel suo destino finale c'è un posto di mastro falegname, lo prenderà. Non avrebbe potuto prendere quel posto sin dall'inizio, recandovisi direttamente. Per questo ha viaggiato, ha imparato, ha sviluppato se stesso, ed è molto più in grado di trarre beneficio dal suo destino.

Possiamo metterci in viaggio e arrivare a destinazione a mani vuote, o arrivare con qualcosa di cui beneficeremo nel luogo che chiamiamo il nostro destino.

Tra questi due punti, siamo liberi. Possiamo viaggiare fino all'esaurimento del nostro denaro, rubare un pollo e mangiarcelo.

Poi supponiamo di continuare a fare così: non abbiamo avuto guai, rubare è facile, e sviluppiamo l'abitudine.

A chi spetta la responsabilità del furto? All'uomo che ha lasciato razzolare liberamente i polli senza sorvegliarli?

A Dio che ha deciso: "Oggi gli lascio rubare un pollo"? Alla nostra avidità e alla nostra pigrizia?

Potreste dire che la fame è un bisogno, ma abbiamo forse provato a bussare a una porta e a dire: "Ho fame"? Oppure abbiamo imboccato la via facile, che è diventata un'abitudine distruttiva perché non abbiamo imparato niente al di fuori del rubare?

Non solo, perché rubando un pollo, una capra o un pezzo di pane ho probabilmente provocato degli effetti.

Mi sono chiesto se, rubando, ho gettato una famiglia nella fame? se un padre dovrà andare a sua volta a cercare cibo, e non trovandone sarà costretto a rubare per disperazione? e se venisse arrestato e gettato in prigione? e se i suoi figli, crescendo, accuseranno il sistema sociale e politico e diventassero dei ribelli, dei rivoluzionari, provocando confusione, morte, guerra e così via? Guerra e scontri solo perché una persona avida e pigra ha rubato un pollo?

Per fortuna, guerra e fame non scoppiano ogni volta che qualcuno ruba un pollo, ma dobbiamo prendere comunque in considerazione l'impatto delle nostre azioni.

Se gettiamo dal finestrino di un treno in corsa una lattina di birra, per quanto ci riguarda la nostra relazione con quella lattina è finita: avevo una lattina di birra, l'ho bevuta, non ne ho più bisogno e la getto via, ma una lattina gettata da un treno può innescare tutta una catena di situazioni.Dobbiamo cercare di essere coscienti dei possibili impatti futuri delle nostre azioni, sempre in modo equilibrato.

Non vi chiederete certo ogni volta: "Se mi accendo una sigaretta, se bevo una cocacola, rischio di scatenare la terza guerra mondiale?".

Questo è un invito alla nevrosi, e siamo già sufficientemente nevrotici. Ma, in tutte le aree in cui c'è un'effettiva possibilità di un allargamento degli effetti, abbiamo la responsabilità, verso noi stessi e verso gli altri, di fare tutta l'attenzione possibile..

 


 

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