Rig-Veda.
A cura di Tommaso Iorco
Libreria Editrice Psiche, Torino, 1998.
Pp. 128, 9,30 euro.
ISBN 88-85142-45-1
Breve introduzione ai Misteri vedici
Libro II
Libro III
Libro IV
Libro V
Libro VI
Libro VII
Libro VIII
Libro IX
Libro X
Appendice: Isha Upanishad
BREVE INTRODUZIONE AI MISTERI VEDICI
Parole segrete... che solo al veggente
rivelano il loro senso nascosto.
Rig-Veda, IV.3.16
I rishi, poeti-veggenti compositori dei Veda e delle Upanishad, erano del tutto persuasi che i loro mantra fossero altamente ispirati, provenienti da piani superiori di coscienza, ricolmi di una conoscenza segreta alquanto difficile da penetrare a chi non fosse iniziato ai loro Misteri. Il rishi Dirghatamas arriva ad affermare che l’essenza di tali mantra esiste “in un etere supremo, imperituro e immutabile, nel quale risiedono tutti gli dèi”, e aggiunge, con malcelata ironia: “colui che non conosce Quello, cosa può farsene di questi versi?” (Rig-Veda, I.164.39), intendendo significare che soltanto chi ha l’esperienza diretta delle verità espresse in queste scritture può comprenderne appieno il significato e il reale valore. «Altrimenti - conclude il Veda - egli non vede, sebbene guardi, egli non comprende, sebbene ascolti. Tuttavia, a colui che è pronto, la Parola svela la sua forma più bella, così come una donna affettuosa si spoglia davanti a suo marito» (X.71.4).
Ma la difficoltà nella comprensione dei Veda risulta per noi ancora maggiore per il fatto che si tratta di testi la cui compilazione si perde davvero nella notte dei tempi - infatti, nonostante non sia ancora stato possibile stabilire una datazione esatta (e la recente scoperta della mitica ‘valle di Saraswati’ impone di retrocedere sensibilmente l’esordio della civiltà arya), i Veda vengono collocati in un arco di tempo compreso tra il 5000 e il 3000 a.C.; scritti in sanscrito vedico, sono in numero di quattro: Rig-Veda, Yajur-Veda, Sama-Veda, Atharva-Veda. Dei quattro, il Rig-Veda è senza dubbio il più antico e probabilmente anche il più ispirato.
Dunque, trattandosi della preistoria dell’uomo, dobbiamo tenere ben presente che questi straordinari veggenti non avevano ancora pienamente privilegiato dello sviluppo intellettuale che caratterizza l’homo sapiens; i rishi vedici erano essenzialmente dei mistici, non dei pensatori. Perciò, chi cercherà nei testi vedici speculazioni di ordine metafisico, resterà perlopiù deluso; e tuttavia, proprio come nell’antica Grecia i Misteri orfici ed eleusini hanno preparato l’avvento di grandi menti come Pitagora e Platone, allo stesso modo in India i Misteri vedici costituiscono il terreno sul quale sono germinate le alte indagini sviluppatesi poi nel Vedanta, nel Samkhya, nello Yoga.
Sull’interpretazione dei Veda, comunque, sono nate presto diverse scuole, come ci riferisce Yâska nel suo Nirukta (lessico di termini vedici) intorno al 500 a.C., il quale supponeva esistesse un triplice significato degli inni vedici: un significato ritualistico (adhiyajñika), un valore legato alla rivelazione delle divinità invocate (adhidaivika) e, infine, una conoscenza spirituale (adhiyatmika), specificando che solo quest’ultima racchiude il vero senso che, una volta afferrato, rende oziosa ogni altra interpretazione. Ma lo stesso Yâska, e ancor più i commentatori posteriori dei Veda (i Mimamsaka), tra i quali spicca il nome di Sâyana (vissuto nel XIV secolo), approcciarono il Rig-Veda esaminandone soltanto il significato ritualistico, incorrendo in madornali errori e rivelandosi peraltro del tutto incapaci di penetrarne lo stesso linguaggio, come molti studiosi moderni hanno dimostrato. Occorre dire infatti che le radici lessicali del sanscrito vedico sono molto meno rigide dei linguaggi sviluppatisi successivamente, e quindi possiedono rispetto a questi ultimi una maggiore plasticità psicologica (e per contro, ovviamente, una minore precisione dal punto di vista intellettuale). La parola sanscrita vrika, per fare un esempio, connota tutta una serie di azioni che vanno dal lacerare, allo strappare, al separare, al dividere, e solo in un secondo tempo ha assunto il significato più riduttivo di lupo, in quanto animale che sbrana le sue prede. Non stupisce quindi come mai gli eruditi, occidentali o indiani che siano, non abbiano colto la straordinaria visione di questi testi, prima che Sri Aurobindo non ce ne avesse rivelato il senso segreto nel suo illuminante saggio intitolato per l’appunto The Secret of the Veda, nel quale attribuisce un significato psicologico a numerosi vocaboli vedici, offrendo una chiave interpretativa di straordinario valore.
Così, per esempio, quando i rishi vedici parlano di Agni (il Fuoco) come del “guardiano luminoso della Verità risplendente nella propria dimora”, risulta evidente che ci troviamo di fronte a un’immagine densamente simbolica, e non a una mera idolatria del fuoco materiale. Potremmo addirittura dire che, per il rishi, il fuoco materiale rappresenti un estremo significante e un archetipo di quel Fuoco che è “nato nella Verità”.
Allo stesso modo, l’intera leggenda della liberazione delle acque, che occupa un così ampio spazio nei Veda, assume il suo giusto valore solo quando se ne è compreso il suo aspetto di mito simbolico. I rishi distinguono un oceano incosciente, salilam apraketam, dal quale la Divinità emerge per poi assurgere alla sua statura divina, e un grande oceano, maho arnah, del quale diventiamo coscienti mediante i raggi dell’intuizione, pra cetayati ketuna. In quest’ottica, i sette fiumi ai quali fanno riferimento i Veda non possono essere i sette fiumi principali dell’India settentrionale, come alcuni commentatori hanno supposto... perché, se le cose stessero in questi termini, non si capirebbe il motivo per cui i rishi ne parlino come di sette potenze celesti che scendono giù dal cielo e per di più affermino che si tratta di acque che sanno, “conoscitrici della Verità”,ritajña, e che quando vengono liberate mostrano il cammino verso i cieli superiori. Come se non bastasse, il rishi Parashara ci dice addirittura che la Conoscenza suprema, la conoscenza della Realtà ultima, si trova “nella dimora delle acque”! I sette fiumi, perciò, non possono rappresentare altro che il riversarsi dell’ispirazione divina.
Nei Veda troviamo anche tutta una serie di simboli derivanti da doppi sensi legati all’etimologia di alcune parole; così, l’Aurora (Usha) viene definita “la madre delle mucche”; una similitudine del genere ci appare totalmente assurda se non teniamo conto che il termine vedico per indicare la mucca, ‘go’, significa anche luce; diventa chiaro allora perché si dice che le forze ostili al progresso dell’uomo rubino le mucche (definite le “mandrie del Sole”, espressione peraltro usata anche da Omero) per nasconderle nelle loro caverne.
Le divinità inneggiate nei Veda rappresentano dunque i poteri della Luce (sura) e delle Tenebre (asura), che combattono nell’arena dell’animo umano alla ricerca della “Verità vasta ed esatta” (satyam ritam brihat). La Notte, il Giorno, l’Aurora, il Sole, il Cielo, sono rappresentazioni psicologiche di forze vive e coscienti, poteri e personalità della Divinità unica, della quale rivestono diversi attributi - «L’Essere è Uno, ma i saggi lo esprimono variamente: lo chiamano Indra, Varuna, Mitra, Agni...» Rig-Veda, I.164.46.
Per i rishi vedici, il mondo non è confinato nella limitata percezione dei nostri sensi e della nostra mente, ma è una gradazione ininterrotta di ‘piani segreti’ che dalla nescienza della materia più oscura si elevano fino ai reami degli dèi e oltre ancora, “nell’increato mare della nuda Deità”, per usare una immagine cara a un mistico occidentale del XVII secolo, Angelo Silesio, che i rishi vedici avrebbero certamente compreso e condiviso. Oltre al nostro mondo inferiore, apârardha, costituito dalla materia, dall’energia vitale e dalla mente, i rishi parlano di un mondo superiore, pârardha, formato dal triplice principio, tridhatu, che nel Vedanta prenderà il nome di Saccidananda (Esistenza Coscienza e Gioia assolute); mediatore tra questi due mondi, è il Sole (Surya), dimora della Verità, sadanam ritasya; il saggio, liberandosi dai vincoli dell’ignoranza, intraprende quel cammino della verità, ritasya pantah, che costituisce l’oggetto centrale dei Veda.
Il Rig-Veda consiste in una raccolta (samhita) di inni (sukta), a loro volta comprendenti varie strofe ritmate (rik) di rara perfezione poetica; la raccolta si compone di 1.017 Sukta, i quali vengono suddivisi in dieci Libri detti Mandala, ordinati con un metodo ben preciso. Il primo Libro suggerisce la concezione generale dei Misteri vedici, aprendosi con un inno al Fuoco (Agni) attribuito a Madhuchchandas; non è casuale che sia proprio un inno ad Agni ad aprire i Veda, poiché è evidente che se il fuoco dell’aspirazione non arde sull’altare dell’anima, l’opera sacrificale non può avere inizio (ricordiamo il significato etimologico di sacrificio come ‘sacrum facere’, rendere sacro); Agni rappresenta dunque l’anima umana in crescita, che aspira a elevarsi e ad ampliarsi nella Verità; è il vicario divino “mediatore fra la terra e il cielo” (III.3.2), colui che presenta le nostre offerte ai Poteri della Luce e ritorna apportandoci la loro forza, il loro splendore, la loro gioia d’essere; è l’essenza immortale nascosta nelle cose mortali, la parte divina in noi.
«O Fuoco, quando in noi bene ti portiamo,
tu diventi la crescita suprema,
la suprema espansione del nostro essere;
ogni gloria e bellezza sono nel tuo leggiadro colore,
nel tuo sublime aspetto.
Tu sei la pienezza che ci conduce alla meta,
sei una moltitudine di ricchezze
profuse in ogni luogo».
(Rig-Veda, II.1.12)
Dunque, il sacrificio vedico non è soltanto un rituale esteriore, ma il grande Rito interiore mediante il quale l’uomo si trasforma a immagine divina. La nascita di Agni, cioè il risveglio dell’anima in noi (la maggior parte degli uomini non sono ancora nati, in questo senso), costituisce l’inizio del viaggio, la sua prima tappa essenziale.
Gli inni di questa prima sezione (composti da vari rishi), proseguono illustrando il ruolo fondamentale svolto da Indra nel condurre l’uomo verso la Luce tramite la distruzione delle barriere che ostacolano il suo progresso. Indra, è il potere della Mente divina; discende dal cielo con i suoi risplendenti cavalli e trafigge le tenebre con la sua folgore. E qui cominciamo a intravedere lo straordinario segreto dei Veda: questi sorprendenti rishi vissuti qualcosa come sei o settemila anni fa, infatti, non si accontentano di evadere nei cieli lassù in alto, in una liberazione (moksha) che diventerà la nota dominante di tutte le grandi mistiche che verranno, ma vogliono apportare la vittoria quaggiù, ihahiva, sulla terra, per realizzare la grande Opera: “Cielo e Terra uguali e uniti”. È il grande sogno umano di perfezione terrestre che ritroviamo in tutte le tradizioni: i miti indoeuropei del dio della fertilità (dai quali deriva la leggenda del Re pescatore, così come la saga dei Cavalieri della Tavola Rotonda), la visione di Alwar della discesa di Vishnu sulla terra, la città di Dio, il millennio, la trasformazione alchemica, il senso nascosto della Kabalah, il nuovo cielo e la nuova terra annunciati nell’Apocalisse. Ma, per realizzare una simile impresa, non basta sognare, occorre combattere: ecco allora che ha inizio per i rishi la lotta contro il grande Avversario, il serpente Vritra (“l’Oscuratore”), e la conseguente ricerca delle “mandrie del Sole” che i tetri saccheggiatori, i ‘detrattori dell’Abisso’ (i dasyu e i pani), hanno estorto agli uomini e nascosto nelle caverne dell’incosciente materiale. È l’eterno conflitto tra le forze della Luce e delle Tenebre, presente in tutte le grandi mitologie della terra: il combattimento di Apollo contro Orthros, di Thor contro i Giganti, di Sigfrido contro Fafner, di San Giorgio contro il Drago.
I Libri che vanno dal secondo al settimo raccolgono perlopiù gli inni di un solo rishi (o dei membri della sua famiglia): Gritsamada (secondo Libro), Vishwamitra (terzo), Vamadeva (quarto), Atri (quinto), Bharadwaja (sesto), Vasishta (settimo); l’ottavo Libro contiene inni di più rishi (le famiglie Kanva e Angirasa in particolare) a diverse divinità, il nono contiene per la quasi totalità inni a Soma, il quale rappresenta la gioia d’essere: il vino della sua estasi è sepolto nei fondali degli abissi dell’oceano dell’esistenza, vale a dire nelle nostre profondità subcoscienti; perciò, il rishi si mette a ‘scavare’ nella materia, alla ricerca del “sole perduto”, fino al ritrovamento di martanda, “il sole che dimora nell’oscurità” (III.39.5), cioè della coscienza divina nel cuore della materia.
«I nostri padri trovarono il tesoro del cielo
nascosto nella caverna segreta...
questo tesoro nella roccia infinita»
Rig-Veda (I.130.3).
È al fondo della materia, cioè nel corpo, con i piedi ben saldi sulla terra, che i rishi trovano il Gran Passaggio, mahas patah: l’alto e il basso si fondono in un unico oceano di luce senza limiti. Agni non è più “senza testa né piedi”, come i primi inni lo descrivevano, divinità che “nasconde i propri estremi” (IV.1.11), ma appare nella totalità del suo fulgore. In alto come in basso, tutto è un’unica effulgenza dello Splendore divino. Quello soltanto esiste - tad ekam.
Il decimo Libro infine è una collezione di inni composti da vari rishi a differenti divinità (c’è anche un undicesimo Libro, che è stato incorporato al decimo data l’unitarietà di struttura dei due, contenente inni composti da Jetri). È importante notare come il decimo Libro, non a caso, contenga una miscellanea di autori che illustrano lo sviluppo ultimo della speculazione dei Veda, utilizzando perfino un linguaggio meno arcaico (in quest’ultima parte si trovano i famosi inni del Sacrificio del Purusha e della Creazione) che prelude al ciclo successivo dell’umanità consistente nello sviluppo dell’intelletto - ed è proprio in quest’ultima sezione che gli studiosi moderni hanno rintracciato le prime origini del Brahmavada, sviluppatosi attraverso le Upanishad e nei sistemi filosofici successivi.
I rishi vedici credevano fermamente che la Parola Cantata nella cerimonia sacra potesse essere in grado di porre al proprio volere gli stessi dèi. Gli inni del Rig-Veda sono dunque i più antichi esempi di testo letterario posto in musica e, nonostante ciò, è interessante notare come la loro impostazione sia estremamente raffinata. È arduo sostenere che una così antica tradizione sia giunta fino a noi perfettamente integra (sebbene l’India non tema confronti nella capacità di conservare), ma stando a quanto oggi è dato di ascoltare, il Rig-Veda si canta su tre accenti principali, che implicano una certa differenza di intonazione. Tali accenti prendono il nome di udatta e anudatta, i due principali, e svarita, risultante dalla combinazione di entrambi e posto ad uguale intervallo da essi.
Il presente libro contiene la traduzione di alcuni inni del Rig-Veda (con una appendice contenente la traduzione dell’Isha Upanishad, che è tratta dallo Yajur-Veda), privilegiando i più ricchi dal punto di vista simbolico: l’anima dell’uomo, per i veggenti vedici, è il campo di battaglia nel quale gli dèi della luce e i titani delle tenebre combattono per farci alla fine assaporare il vino dell’estasi e della suprema felicità; perché, nella visione di questi rishi, luce e tenebra “allattano entrambi l’Infante divino” che noi tutti siamo; nessuna scissione manicheistica tra Bene e Male, dunque: Giorno e Notte, nel Rig-Veda, vengono descritte come “due sorelle immortali che hanno in comune un unico amante”: il Sole (I.113.2). Quel Sole che i rishi non si sono accontentati di contemplare dalle vette assorte e rarefatte dei cieli dello spirito, ma che hanno avuto l’ardire di portare alla luce nel fondo della materia, scoprendo “il pozzo di miele nascosto nella Roccia”, “fondendo il mortale in una suprema immortalità” (I.31). Ma l’umanità non era ancora pronta, evidentemente; i rishi vedici rappresentano uno sparuto gruppo di straordinari pionieri, e così, i cicli successivi seppelliranno questo antico mistero, che torna ad emergere proprio nella nostra èra in cui, giunti ormai alla fine del ciclo mentale, nel rosso crepuscolo delle nostre umane certezze, ci troviamo forse alle soglie di una nuova Aurora.
Tommaso Iorco
* * *
[dal Libro I]
Un migliaio di nascite perfette hanno sorpreso la mia visione, perciò ammiro l’Ariete di luce le cui corna d’oro hanno spalancato i cancelli ardenti della gioiosa tenuta del mondo solare.
Egli è il Signore che tuoneggia dinanzi a me e giunge al sacrificio in un galoppare magnifico e, simile a un carro rapidissimo, mi viene incontro quando ode i miei inni sacri.
Egli è la mia montagna mai squarciata da lampi, e s’innalza con tutte le mie forze verso il Cielo; le sue cime ospitano molteplici ricchezze stupende, e sostengono tutte le cose senza mai vacillare.
Egli uccide il Serpente che con le sue spire avvolge i torrenti del Cielo, i quali per i terreni assetati costituiscono benefica pioggia.
Il Signore che dimora in mondi chiusi con serrature è egli stesso la chiave universale. Il nostro pensiero lo raggiunge nella caverna segreta e nella fonte divina, e quando io desidero compiere un’opera perfetta sulla Terra, è lui che chiamo per realizzarla. Quindi il mio nettare lo rende appagato e felice, e io con i suoi abbondanti tesori divento sazio.
Al suo risveglio egli colpisce il Drago occultatore, e suoi sono i tesori di saggezza e di delizia, e suoi i torrenti di forza che scorrono copiosi, maestosamente rapidi e belli.
Quando, dopo la battaglia, giunge il Re dell’estasi, fa scendere giù dal Cielo la sua dolce pioggia per la Terra assetata.
Allora il Signore si leva con furore divino, tuona esultando ebbro del vino di Soma, rompe gli argini e appare come il Disvelatore della tripla Vastità.
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