Hakîm Sanâ'î
Il Giardino cintato della Verità.
Scelta e traduzione di David Pendlebury dalla Hadîqat al-Haqîqah.
Trad. it. di Antonella Maggio. Revisione di Gianpaolo Fiorentini.
Libreria Editrice Psiche, Torino, 1992.
Pp. 90, 8,27 euro.
ISBN 88-85142-27-3
Il Giardino della Realtà (Il Giardino cintato della Verità)
Commento
Letture consigliate
Queste pagine rappresentano il risultato del mio studio del classico di Hakim Sanai nell'edizione a cura del Maggiore J. Stephenson.(1) Poiché il presente lavoro non avrebbe potuto vedere la luce senza l'aiuto dell'edizione di Stephenson, mi è doveroso esprimere anzitutto la mia gratitudine per questo studioso. Se a volte, nel commento finale, potrò sembrare critico verso il suo modo di procedere, ciò non deve offuscare la gratitudine e la stima che gli sono dovute per essere stato il primo a rendere accessibili gli scritti di Hakim Sanai al pubblico di lingua inglese.
Il presente lavoro intende fare un passo più in là e rendere in inglese moderno una scelta degli scritti di Sanai per metterli a disposizione del numero sempre crescente di persone che, qualunque sia il cammino che percorrono, stanno iniziando a scoprire il valore di certe idee della tradizione medio-orientale in relazione agli attuali interessi dell'Occidente.
Il lavoro di scelta e rifinitura non riflette unicamente miei capricci personali o arbitrari. Oggi, a differenza di quanto purtroppo avvenne per il Maggiore Stephenson e altri eminenti studiosi occidentali del passato, abbiamo la fortuna di disporre di una guida sicura e di prima mano per l'interpretazione dello spirito, contrapposto alla lettera, dei classici Sufi. Mi riferisco alle opere di Idries Shah, e altri come lui, che hanno liberato lo studio del Sufismo dalle limitazioni irragionevoli e dolorose, e dalle distorsioni in cui è stato imprigionato. Gli studi Sufi sono stati inoltre sottratti all'arena accademica e restituiti al loro vero luogo di appartenenza: le persone comuni. Quest'opera di diffusione è esattamente l'opposto della precedente diluizione e degradazione dei materiali originali, indice della tendenza a non tenere più a distanza un insegnamento tanto vitale per intesserlo invece, in modo assai più efficace, nella trama stessa della nostra cultura. L’opera di Shah mi è valsa di incitamento e di pietra di paragone in questa mia prova.(2)
(1) Si tratta del primo libro dell'Hadiqatu’l-Haqiqat, tradotto e a cura dei Maggiore J. Stephenson, Calcutta 1910.
(2) Ciò non significa che questa tendenza non sia stata ben accolta dal mondo accademico, ma che è cambiata la prospettiva. Nel libro Sufi Studies, East and West (E. P. Dutton, New York 1973 e Jonathan Cape, London 1974), ventiquattro studiosi di differenti paesi, tra cui orientalisti e specialisti del pensiero e della letteratura Sufi, analizzano la nuova tendenza in termini favorevoli. In un altro campo, quello psicologico, più di duecento istituti universitari hanno adottato il testo di Robert Ornstein (The Psychology of Consciousness, Freedom and Wiking 1972) che confronta gli scritti di Shah con le odierne scoperte sul funzionamento del cervello.
Le scarse informazioni sulla vita di Hakim Sanai hanno probabilmente un fondamento più mitico che storico. Hakim Sanai fiorisce durante il regno di Bahram Shah (1118-1152), e la sua morte è collocabile attorno al 1150. Pare che godesse già di una certa fama come poeta alla corte di Ghazna, quando ebbe un'improvvisa crisi di identità. Sirajuddin Ali, nelle sue Memorie dei poeti, narra il seguente episodio.
Sanai aveva appena terminato una poesia in lode del sultano Ibrahim di Ghazna, e si stava recando a corte per offrirla al sultano in partenza per un'altra spedizione punitiva in India. Improvvisamente attrasse la sua attenzione un canto proveniente dall'interno di un giardino. Si fermò ad ascoltare. Chi cantava era Lai-Khur, famoso ubriacone e 'folle divino', le cui oltraggiose uscite contenevano spesso molto più di un pizzico di verità.
Lai-Khur ordinò del vino e propose un brindisi "alla cecità del sultano Ibrahim". Alle proteste che si levarono, insisté nel dire che il sultano si meritava la cecità per volersi imbarcare in una stupida ‘scappatella' quando c'era tanto bisogno di lui in patria.
Il brindisi successivo fu "alla cecità di Hakim Sanai", cosa che dovette certo far sussultare il poeta intento a origliare. Si levarono proteste ancor più vigorose, in difesa dell'eccellente reputazione di Sanai. Ma Lai-Khur ribatté che, stando così le cose, il brindisi era ancor più meritato, dato che Sanai sembrava inconsapevole dello scopo per cui era stato creato; e quando, di li a poco, sarebbe comparso davanti al Creatore, che gli avrebbe chiesto che cosa avesse da dire in suo favore, non avrebbe saputo far altro che esibire i propri elogi funebri ai regnanti - semplici mortali come lui.
Il narratore seguita dicendo che l'impatto di queste parole indusse Hakim Sanai a richiedere insegnamenti a un maestro sufi, Yusuf Hamadani.
Quando, prosegue il narratore, Bahram Shah gli offrì di diventare suo genero, Sanai declinò garbatamente l'offerta e partì seduta stante in pellegrinaggio alla Mecca. Al suo ritorno iniziò la stesura della Hadiqat , che terminò poco dopo l'anno 1130.
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