Sultān Walad
La parola segreta. L'insegnamento del maestro sufi Rūmī.
Trad. dal francese di Norge Russo. Revisione di Gianpaolo Fiorentini.
Libreria Editrice Psiche, Torino, 1993.
ISBN 88-85142-31-1
Introduzione
Sultān Walad, Autore di questo testo di cui presentiamo la prima traduzione occidentale, nacque in una famiglia di celebri maestri spirituali che discendeva da Abu Bakr, primo Califfo dell'Islam, ed era collegata tramite la silsila (catena iniziatica) all'Imām Ahmad Ghazāli. La famiglia era originaria di Balkh, cittą del Khorassan famosa per la sua bellezza.
Il nonno di Sultān Walad, Bahā-od-Dīn Walad (nato a Balkh verso il 1148 e morto a Konya nel 1231) era un eminente predicatore e teologo, attorniato da numerosi discepoli e soprannominato il 'sultano dei sapienti'. In memoria del nonno, di cui parla con grande amore e rispetto, Sultān Walad ricevette il nome di Bahā-od-Dīn.
Suo padre era Mohammed Djalāl-od-Dīn Molawi Balkhī, pił comunemente indicato come Mawlānā, 'Nostro maestro' (o Mevlānā secondo la pronuncia turca). Anche il figlio lo chiamava cosģ. In Occidente č pił noto come Rūmī, dalla cittą di Rūm in Anatolia dove passņ la maggior parte della vita.
Nato nel 1207 a Balkh e morto nel 1273 a Konya, Mevlānā Djalāl-od-Dīn Rūmī č considerato il massimo poeta mistico dell'Iran e di tutto l'Islam. La sua opera immensa, letta e meditata quasi quanto il Corano, č di una ricchezza e una profonditą senza uguali. Oltre a essere un grande pensatore, era anche un veggente: non parla forse (nel XIII secolo!) dei danni della fissione nucleare, "capace di ridurre il mondo in cenere", e della pluralitą dei sistemi solari ancora sconosciuti all'osservazione astronomica?
La sua opera č considerevole: il Mathnawī č una teodicea in 45.000 versi, e il Dīwan in 30.000. Un vero oceano di conoscenze mistiche, e lo stesso si puņ dire per le quartine del Rubāi'yāt.
Ancora ragazzo, nel 1219, lasciņ con la famiglia la cittą natale in seguito, riferisce Sultān Walad, a una controversia sorta tra Bahā-od-Dīn Walad e il sultano dell'Iran, Mohammad Khārazmshāh. Altri dicono che la causa fu l'incombente invasione mongola, tanto che, un anno dopo la partenza, la cittą di Balkh venne completamente distrutta dagli invasori, facendo attribuire a Bahā-od-Dīn Walad una prescienza miracolosa.
Bahā-od-Dīn Walad condusse prima di tutto la famiglia in pellegrinaggio alla Mecca. Quindi, dopo lunghe peregrinazioni, si stabilģ a Laranda (attuale Karamam, una dipendenza di Konya). Lģ, nel 1226, Mevlāna Djalāl-od-Dīn sposņ Gauher-Khatun, figlia di un notabile, che gli diede due figli: 'Ala-od-Dīn Celebi e Sultān Walad (nato nel 623 dell'Egira).
Dopo una lunga permanenza a Laranda, il sultano 'Alā-od-Dīn Kaykobād Selgiukide invitņ Bahā-od-Dīn Walad a Konya, dove poté riassumere il proprio ruolo di predicatore e insegnante. Alla sua morte lo sostituģ Djalāl-od-Dīn, allora ventiquattrenne. Dopo un periodo di sette anni di studio ad Aleppo e Damasco, era ritornato a Konya dove insegnņ, dal 1240 al 1244 e nello stesso collegio del padre, giurisprudenza e legge religiosa, incaricandosi della direzione spirituale. La sua vita fu totalmente trasformata dall'incontro con Shams di Tabriz, che ne divenne il maestro e ne fece un mistico infiammato di amore divino. Di se stesso dice: "Ero crudo, poi sono stato cotto, adesso sono consumato".
Nel Walad-Nāmeh, Sultān Walad evoca il fulgore dell'incontro e dei mesi trascorsi assieme, in una pace e una gioia indicibili. Ma Shams si trovņ presto esposto agli attacchi dei discepoli di Mevlānā, gelosi del suo ascendente sullo spirito del loro maestro. Sultān Walad racconta la partenza di Shams per Damasco, dove lui stesso andņ a cercarlo per ricondurlo a Konya. Nel 1247 Shams scomparve definitivamente, forse assassinato. In seguito alla sua scomparsa, Rūmī istituģ il Samā', l'oratorio spirituale accompagnato da danze sacre, una caratteristica che fece attribuire alla confraternita da lui fondata a Konya il nome di 'dervisci rotanti'.
Dopo la morte di Mevlānā, Sultān Walad gli succedette a capo della confraternita Mawlawīya. Nel Walad-Nameh afferma di essere stato il principale artefice della fama dell'ordine. In realtą, sotto la sua guida e quella del figlio maggiore, Arif Celebi, la confraternita si istituzionalizzņ e il Samā' si diede le regole ancora in vigore ai nostri giorni. Ma č evidente che l'incomparabile irradiazione del pensiero di Rūmī le aveva conferito un fulgore che non fece che accrescersi nel corso dei secoli. L'impero ottomano era immenso e la confraternita, o Tarīqa Mawlawīya, contava innumerevoli membri che andavano dall'Azerbaidjan a Vienna. Era il suo capo che, per una tradizione che durņ fino alla riforma di Ata-Turk, conferiva l'investitura al Sultano.
Sultān Walad aveva per il padre un'ammirazione e un amore sconfinati, e lo prese a modello per le proprie opere. Raccolse gli insegnamenti di Mevlānā nel Fīhi-mā-fīhi ('Libro dell'Interioritą') e nel Kitāb-al-Mā'ārif ('Maestro e discepolo', il libro della conoscenza mistica). Tra le sue opere figura anche un Diwān (una raccolta di poesie), lo Ibtidā-Nāmeh, il Robāb-Nāmeh, lo Intihā-Nāmeh e un Rubā'iyāt in persiano. Esiste anche un Mathnawī che č la spiegazione in forma riassunta del Walad-Nāmeh, conosciuto anche col nome di Mathnawī-e-Waladi ('Libro dei distici').
Il Walad-Nāmeh, scritto nel 690 dell'Egira, č l'opera pił importante di Sultān Walad. Se in Maestro e discepolo riporta ciņ che ha udito dalla bocca del padre, nel Walad-Nāmeh lo commenta: "Alcuni non avevano la perspicacia e l'intelligenza per comprendere la realtą delle cose e il suo scopo (di Mevlānā): ecco perché questo libro illustra le sue tappe e i prodigi suoi e dei compagni pił intimi".
L'interesse dell'opera č duplice. Da una parte dą accesso a un insegnamento che puņ parere astruso. Nessuno infatti meglio di lui, figlio preferito e confidente del Maestro, poteva trasmettercene lo spirito. "Per settant'anni", ci dice il suo biografo Aflāki, "spiegņ le parole del padre senza interruzione né pause". E ciņ con una semplicitą e una freschezza di esposizione che ci conducono al cuore di questa dottrina in forma ridotta ma non per questo riduttiva. Dall'altra, l'opera costituisce il miglior documento in nostro possesso sulla vita di Rūmī e della sua confraternita.
La materia trattata č divisa in due parti: le regole e l'aspetto essoterico del Sufismo, e gli stati spirituali e la conoscenza, in una parola l'aspetto esoterico.
Questa seconda categoria si divide a sua volta in tre partizioni: soggetti accessibili a tutti, argomenti comprensibili solo ai mistici e ai saggi, e infine quelli riservati ai santi e ai grandi maestri spirituali. Per comprendere questi ultimi occorre possedere una capacitą interiore e beneficiare dell'ispirazione divina. Né le parole né gli insegnamenti di un maestro sono sufficienti, perché si tratta essenzialmente di un'intuizione spirituale. Puņ accadere che anni d'ascesi non conducano il ricercatore a quella visione che, invece, gli sarą rivelata in un istante. La mortificazione non č che la prima tappa dell'itinerario verso l'unione con la Realtą suprema. La sapienza discorsiva e gli strumenti didattici si rivelano inutili, perché sono l'amore e la sete che permettono al pellegrino sulla Via di percepire con tutto l'essere l'unitą assoluta di tutto ciņ che esiste, essendosi rivelata all'occhio del cuore la veritą ultima delle cose.
Vorremmo aggiungere un'osservazione su una caratteristica di Sultān Walad che puņ sconcertare. Quando parla in modo celebrativo del padre e dei grandi sceicchi della confraternita, cosa c'č di pił naturale? Ma puņ apparire strano che parli di se stesso in termini analoghi. Lasciamo che si difenda da sé: "Perché non dovremmo essere fieri, noi che abbiamo ricevuto un tale insegnamento?". Di fatto, questo modo di parlare di se stessi non č vanitą in quanto l''io' non esiste pił e, come dice Pascal, l'elogio si rivolge a ciņ che nell'uomo "supera infinitamente l'uomo".
Sultān Walad tratta in quest'opera molti temi fondamentali del Sufismo: la necessitą del maestro spirituale; la differenza tra scienze essoteriche ed esoteriche; l'importanza dell'amore nella via mistica; le tappe dell'itinerario verso Dio; l'assoluta unitą dell'esistenza di contro al velo della molteplicitą; l'inutilitą dei prodigi e dei miracoli per stimare il valore di uno sceicco; il fatto che il mondo non č mai privo di santi, i quali sono di una stessa luce e una stessa origine; la creazione degli spiriti prima dei corpi nella pre-eternitą; la vita come morte spirituale e la morte come vita eterna; la morte mistica e il desiderio che per essa deve provare il vero Sufi prima della morte fisica, in quanto il mondo di quaggił non č altro che la possibilitą concessa all'anima umana di rendersi "capace di Dio".
La presente traduzione si basa sull'unica edizione critica del testo ad opera di Jalāl-od Dīn Hōmāi (Teheran, 1936), che nell'introduzione dichiara di attenersi a due manoscritti originali: una copia del manoscritto attualmente a Londra, chiamato 'Manoscritto Olfat', e quello conservato nella biblioteca dell'Assemblea Nazionale a Teheran. Si tratta senza dubbio dell'opera pił completa, in quanto Hōmāi ha integrato a vicenda le parti mancanti dei due manoscritti.
Il testo persiano assomma a quattrocento pagine. A partire dalla seconda metą del testo appaiono ripetizioni che, tradotte in una lingua diversa dall'originale, rischiano di essere rese in modo assolutamente identico, fatto che ci ha obbligati a sopprimere tutti gli apparenti doppioni. Sultān Walad era conscio del suo stile ripetitivo, in cui trovava giustificazioni di ordine didattico per farsi meglio comprendere dai discepoli.
Altre ripetizioni si trovano nei passi in prosa che precedono i distici, quali le tradizioni profetiche (hadīth) e i versetti del Corano tradotti in persiano dall'Autore ed esposti brevemente prima di affrontarli in modo pił esplicito nei versi. Anche qui ci siamo visti obbligati a un certo numero di riassunti per evitare inutili calchi.
Ci auguriamo che questa traduzione del Walad-Nāmeh dia ai lettori occidentali la possibilitą di conoscere meglio i grandi temi della mistica musulmana e del clima storico e sociale di questa parte del mondo del XII secolo della nostra era.
Djamchid Mortazavi
Eva de Vitray-Meyerovitch
Prefazione al
Walad-Nāmeh
di Sultān Walad
In nome di Dio il Misericordioso, il Compassionevole. La ragione per la quale ho scritto il Mathnawī-Waladi, allo scopo di spiegare i misteri dell'Unico, č questa: mio padre, il mio maestro e sceicco, sultano degli ulamā e degli aref, Mevlānā Djalāl-ol Haqq vad-Dīn Mohammad ibn Mohammad ibn al-Hussein al Balkhi (che Dio ci santifichi per mezzo del suo sirr), ha narrato nel suo Mathnawī le storie dei santi antichi, e spiegato i loro prodigi (karāmāt) e i loro gradi (maqāmāt). Scopo dei racconti era rivelare i suoi propri prodigi e gradi accanto a quelli dei santi, suoi amici intimi e sinceri, e dei compagni (ham-dil, ham-dam, ham-nishīn): tra questi il sultano pervenuto all'unione divina (wāsselin) Sayed Borhān-od-Din Mohahhaqiq Tirmidhi, il sultano dei prediletti (mahubbin) e dei diletti (mashuq) Shams-od-Dīn Mohammad Tabrizi, il Qutub dei Qutub Salāh od-Dīn Feridūn Zarkoub Qoniawī, e il pił puro dei santi e dei pellegrini Tchelebi Husām od din Hussein, figlio di Akhi Tork Qoniawī (che Dio ci elevi per averli menzionati). Egli ha descritto i propri stati e i loro sotto forma di storie d'altri tempi. Cosģ ha detto: "Meglio che il segreto delle bellezze sia rivelato in seno alle storie di altri". Ma, poiché alcuni non avevano la perspicacia e l'intelligenza sufficienti per comprendere la realtą delle cose e il suo scopo, in questo Mathnawī vengono spiegati i prodigi e le tappe suoi e dei suoi compagni pił intimi.
Verso: "Lo scopo della creazione del mondo era Adamo / E lo scopo di Adamo era questo istante (On dam)".
Perché cosģ diventi chiaro ai lettori e agli ascoltatori, abbandonando il dubbio e l'incertezza, che tutte queste cose erano le tappe sue e dei suoi compagni. Perché, comprendendo che questi stati sono identici a quelli riferiti alle storie di altri, diventi evidente che il suo scopo era la spiegazione degli stati suoi propri e dei suoi compagni. Un'altra ragione (per il mio libro) č che Mevlānā (che Dio ci santifichi per mezzo del suo sirr) ha narrato storie di uomini di altri tempi, mentre in questo Mathnawī si raccontano storie accadute in questi tempi. Un'altra ragione č che il discepolo deve conformarsi allo sceicco e seguirlo, sull'esempio di coloro che pregano seguendo il proprio Imam e di colui che imita chi si deve imitare (muqtadī, muqtadā): come indossare la tonaca (khirqa), come affidarsi interamente allo sceicco (ser seporden, lett. 'consegnare la testa'), come celebrare il samā e cosģ via nella misura in cui č possibile imitare il modo di essere dello sceicco, cosģ com'č detto: "Conformatevi al modo d'essere di Dio".
Inoltre mio padre (che Dio elevi il suo nome) mi ha favorito nei confronti dei miei fratelli, dei discepoli e di tutti gli altri con questa corona: "Tu sei il pił simile a me moralmente e fisicamente". E io, meschino, ho cercato di seguire i suoi ordini per quanto era in mio potere di obbedirgli, giacché "Dio non obbliga nessuno se non secondo le sue possibilitą" (Corano) e "Colui che č pił simile a suo padre, non lo č per costrizione". Ho quindi cercato di conformarmi a mio padre, di seguirlo e di assomigliare a lui. Egli ha scritto diwān in diversi metri e rubā'iyāt, e anch'io per imitarlo ho composto un diwān. Infine, gli amici mi hanno sollecitato dicendomi: "Seguendo Mevlānā (che Dio ci santifichi per mezzo del suo sirr ) hai composto un diwān; occorre quindi che lo imiti componendo un Mathnavi". Per conformarmi a lui ho quindi iniziato questo Mathnawī il primo mese di Rabi'I dell'anno 690 (Egira), affinché dopo la morte del povero servitore che io sono resti un ricordo di lui.
Infine, per quanto mi č stato possibile e sin dove mi era accessibile, mi sono reso simile a lui, con la differenza che mio padre aveva gradi elevati (maqāmāt) che io non ho. Non posso giungere al suo livello a meno che Dio l'Altissimo, con la sua grazia, non mi conceda di raggiungere quei gradi nello stesso modo in cui mi ha fatto pervenire allo stato che ora posseggo. Non perdo la speranza e non sono disperato come le persone di cattivo pensiero che "non hanno fiducia in Dio a causa del loro cattivo pensiero", e perché "disperano dello spirito di Dio soltanto gli empi". Sia lode al Dio Unico e salute al suo Profeta Mohammad e a tutta la sua famiglia, che sono i puri.
Nel nome di Dio, il cui rango č sublime.
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