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Thich Nhat Hanh

Il cancello di pino e altre storie.

Titolo originale: The Pine Gate (White Pine Press, Fredonia N.Y., 1988).

Trad. it. Gianpaolo Fiorentini.

Disegni a cura di Giorgio Viarengo.

Libreria Editrice Psiche, Torino, 1997.

Pp. 80, 6,20 euro.

ISBN 88-85142-42-7

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Indice

 

Il cancello di pino
I pini giganti
Il vecchio albero

 


 

IL VECCHIO ALBERO

 

Nel cuore della foresta viveva un vecchio albero. Nessuno sapeva quanti anni avesse. La circonferenza del tronco era tale che diciotto uomini non bastavano per abbracciarlo, le radici si spingevano nella terra per un raggio di cinquanta metri. Il suolo al riparo della chioma era straordinariamente fresco. La corteccia era dura come la pietra, tanto che premendovi il dito, il dito doleva. I rami ospitavano decine di migliaia di nidi e davano rifugio a centinaia di migliaia di uccelli, piccoli e grandi.
Al mattino, il primo raggio di sole era come la bacchetta di un direttore d’orchestra che dava il la alla poderosa sinfonia dei canti di migliaia di uccelli, maestosa come il sorgere del sole dietro la cima della montagna. Allora tutte le creature della montagna e della foresta si alzavano lentamente su due o quattro zampe, in stupefatta meraviglia.
Nel tronco dell’albero c’era un foro grande come un melone, a dieci metri da terra. Nel foro era deposto un piccolo uovo marrone. Nessuno poteva dire se l’avesse deposto un uccello. Alcuni pensavano che l’avesse forgiato la sacra aria della foresta unendosi all’energia vitale dell’albero.
Erano passati trent’anni senza che l’uovo si schiudesse. In certe notti gli uccelli venivano svegliati da una nuvola sospesa davanti al foro, da cui emanava una luce abbagliante che illuminava tutta quella parte di foresta. Finalmente, una notte di luna piena, l’uovo si schiuse e ne uscì uno strano uccello. Era minuscolo, ed emise un debole cinguettio nella notte fredda. La luna era chiara e le stelle brillanti. L’uccellino pigolò per tutta la notte. Non era un verso di disperazione o di baldanza, ma di stupita sorpresa. Pigolò fino allo spuntare del sole. Il primo raggio luminoso animò la sinfonia, che eruppe nel canto di migliaia di uccelli. Da quel momento, l’uccellino non cinguettò più.
Cresceva velocemente. Le madri-uccello portavano nel foro semi e chicchi. Ben presto il foro divenne troppo angusto, e l’uccello dovette cercare un posto più grande per vivere. Aveva imparato a volare, si procurava il cibo da solo e raccolse fili di paglia per costruire un nuovo nido. L’uovo era marrone, ma l’uccello era bianco come la neve. La sua apertura alare era ampia, e aveva un volo lento e silenzioso. Spesso raggiungeva in volo luoghi lontani, dove bianche cascate precipitavano giorno e notte come se fossero il respiro maestoso della terra e del cielo.
A volte non faceva ritorno per molti giorni. Poi riposava nel nido per tutto un giorno e una notte, tranquillo e pensieroso. I suoi occhi brillavano: non persero mai l’espressione sorpresa che avevano sin dalla nascita.
 

Nell’antica foresta di Dai Lao, sul fianco di una collina, sorgeva una capanna da eremita, in cui un monaco viveva da quasi cinquant’anni. Spesso l’uccello volava sulla foresta di Dai Lao e di tanto in tanto vedeva il monaco scendere lentamente il sentiero verso il torrente, tenendo in mano un otre per l’acqua. Una volta vide un filo di fumo levarsi dalla capanna, e la collina immersa in un’atmosfera di calore: due monaci salivano il sentiero che dal ruscello portava alla capanna, parlando tra di loro. Quella notte l’uccello si fermò nella foresta di Dai Lao. Nascosto tra i rami di un albero, guardava il fuoco brillare nella capanna dove i due monaci conversarono per tutta la notte.
Spiccò il volo e salì in alto, sempre più in alto, sopra l’antica foresta. Per giorni e giorni solcò il cielo senza mai posarsi. Sotto di lui c’era il vecchio albero; ancora più sotto, le creature della montagna e della foresta si nascondevano nell’erba, tra i cespugli e nella chioma degli alberi. Da quando aveva ascoltato i discorsi tra i due monaci, la sua perplessità era aumentata. Da dove vengo? Dove andrò? Quante altre migliaia di anni vivrà ancora il vecchio albero?
L’uccello aveva udito i due monaci parlare del Tempo. Che cos’è il Tempo? Perché il Tempo ci ha condotti qui, e perché ci porterà via? Il chicco che mangio ha una sua deliziosa natura, ma potrò mai scoprire la natura del Tempo? L’uccello avrebbe voluto cogliere un pezzetto di Tempo e posarlo nel nido per poterne esaminare la natura. Sì, anche se ci fossero voluti mesi o anni.
Di nuovo volò in alto, sempre più in alto, sopra l’antica foresta. Era come un palloncino che scivolava nel nulla. Sentì che la sua natura era vuota come quella di un palloncino. La vacuità della sua natura era la base stessa della sua esistenza, ma anche la causa della sua sofferenza. “Tempo, se non posso trovare te posso almeno trovare me stesso”, pensò l’uccello.
Per molti giorni restò tranquillamente nel nido: aveva portato con sé una briciola di terra dalla foresta di Dai Lao. L’aveva presa per esaminarla. Era stato profondamente colpito dalle parole che il monaco della foresta di Dai Lao aveva detto all’amico: “Il Tempo è fisso nell’Eternità, dove l’Amore e l’amato sono Uno. Ogni filo d’erba, ogni zolla di terra, ogni foglia è Uno con quell’Amore”.
L’uccello non era stato capace di trovare il Tempo. Neppure la briciola di terra raccolta nella foresta di Dai Lao rivelava qualcosa. Che il monaco avesse mentito all’amico? Il Tempo è fisso nell’amore, ma dov’è l’Amore? Ricordò le cascate che precipitavano senza sosta nella foresta settentrionale. Ricordava i giorni passati ad ascoltare dal mattino alla sera il loro fragore. Immaginava di cadere come una cascata, giocava con la luce che scintillava sull’acqua, accarezzava le pietre e le rocce che la cascata bagnava. In quei momenti l’uccello si sentiva cascata, sentiva che il continuo fragore dell’acqua che precipitava proveniva da lui.
Un giorno, sorvolando la foresta di Dai Lao, non vide più la capanna. La foresta era bruciata, e della capanna rimaneva soltanto un mucchietto di cenere. Angosciato, l’uccello spiccò un volo di perlustrazione. Il monaco non si vedeva più. Dov’era andato? Dappertutto, cadaveri di animali e di uccelli. Forse il fuoco aveva divorato anche il monaco?
L’uccello era sconcertato. Dove sei, Tempo? Perché ci porti qui e poi ci trascini via? “Il Tempo è fisso nell’Eternità”, aveva detto il monaco. Se era così, forse l’Amore aveva ripreso il monaco dentro di Sé.
Di colpo l’angoscia lo invase. Volò rapidamente all’antica foresta. Grida disperate di uccelli. Crepitii. La foresta bruciava. Volò più veloce, ancora più veloce. Il fuoco lambiva il cielo. L’incendio era scoppiato vicino al vecchio albero. Centinaia di migliaia di uccelli strillavano atterriti.
Il fuoco minacciava già il vecchio albero. L’uccello sbatté le ali con tutta la sua forza credendo di poter spegnere il fuoco, ma le fiamme si levavano sempre più alte. Si affrettò al ruscello, bagnò le penne nell’acqua e corse a spruzzarla sulla foresta. Le gocce sfrigolarono. Non bastava, non bastava. Neppure intridere tutto il suo corpo d’acqua sarebbe bastato per spegnere il fuoco.
Strida di centinaia di migliaia di uccelli. Strida di piccoli senza penne per volare via. Il fuoco aveva attaccato il vecchio albero. Perché non pioveva? Perché i monsoni che si rovesciavano sulla foresta settentrionale non cadevano anche lì? L’uccello si lasciò scappare un grido lacerante. Era un grido colmo di dolore e d’amore, e diventò l’impetuoso fragore di una cascata.
Di colpo l’uccello sentì la totalità della sua esistenza. Solitudine e vuoto si dissolsero come un miraggio. La figura del monaco. L’immagine del sole dietro la cima della montagna. L’immagine di fiumi d’acqua che precipitavano senza fine attraverso migliaia di vite. Il grido dell’uccello era il fragore dell’acqua. Senza paura, si lasciò cadere sulla foresta in fiamme come una maestosa cascata.
 

Il mattino spuntò silenzioso. I raggi del sole splendevano come sempre, ma non accesero nessuna sinfonia, nessuna voce si alzò dalle migliaia di uccelli. Intere parti di foresta erano carbonizzate. Il vecchio albero era in piedi, ma più di metà della sua chioma era bruciata. Grandi uccelli morti, piccoli uccelli morti. Il mattino nella foresta era silenzioso.
Gli uccelli scampati alle fiamme si chiamavano con voci incredule. Si chiedevano per quale miracolo, il giorno prima, il cielo sereno avesse lasciato cadere un improvviso nubifragio che aveva estinto l’incendio. Ricordavano di aver visto l’uccello che spruzzava acqua dalle ali. Avevano riconosciuto il bianco uccello del vecchio albero. Coprirono in volo tutta la foresta alla ricerca del suo corpo, ma non lo trovarono.
Forse era volato via. Forse era stato bruciato dal fuoco. Il vecchio albero, coperto di ustioni, non disse nulla. Gli uccelli alzarono la testa verso il cielo e cominciarono a ricostruire i nidi nella chioma ferita del grande albero. Avrà nostalgia il grande albero del piccolo uccello che la sacra aria della montagna e l’energia vitale di quattromila anni avevano partorito? Uccello, dove sei andato? Ascolta questo monaco: anch’io credo che il Tempo abbia restituito l’uccello all’Amore da cui provengono tutte le cose.

 


 

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