Thich Nhat Hanh
Imparo dalle storie. Il bambù della luna.
Titolo originale: The Moon Bamboo (Parallax Press, Berkeley, CA, 1989).
Prefazione di Mobi Ho.
Trad. it. Gianpaolo Fiorentini.
Illustrazioni di Paola Minelli.
Libreria Editrice Psiche, Torino, 1998.
Pp. 152, 10,33 euro.
ISBN 88-85142-46-X
Prefazione
Il Ragazzo di Pietra
Il Pesce Rosa solitario
Il bambù della luna
Fiori di peonia
Tanh suonò il campanello attendendo che suo nipote Thi
venisse ad accoglierlo al cancello. Thi era un esile bambino di otto anni, i cui
grandi occhi neri rivelavano il suo amore per lo zio. Ogni sabato prendeva con
decisione lo zio per mano e lo portava in giardino, dove facevano una lunga
passeggiata all’ombra degli alberi. Thi faceva domande su qualunque argomento
immaginabile.
La famiglia di Thi viveva in una villa circondata da due ettari di parco. Erano
fortunati, perché non era facile trovare posti altrettanti belli a Montpellier,
una città industriale nel sud della Francia. Doan, il padre di Thi, lavorava in
un istituto di ricerche e insegnava fisica all’università di Montpellier.
Quel sabato fu Tuyet, la madre di Thi, che accolse Tanh al cancello. “Il tuo
nipotino si è ammalato ed è a letto da ieri”, lo informò con una vena d’ansia
nella voce.
Fratello e sorella s’incamminarono verso la casa lungo il sentiero di ghiaia
bianca. Entrarono nella stanza di Thi. Il bambino aveva gli occhi chiusi. “Dorme”,
disse Tuyet. “Altrimenti avrebbe aperto gli occhi e sorriso al suo caro zio”.
Posò la mano sulla fronte del figlio, aggiustò la coperta perché gli coprisse
bene il petto e disse a Tanh: “Finalmente riposa. Passiamo nel soggiorno”.
Qui gli espose la malattia del nipote. Il giorno prima, Thi si era lamentato di
un mal di testa. Tuyet gli aveva dato un’aspirina ricoperta da una glassa di
zucchero e l’aveva costretto a bere un bicchiere di latte. A pranzo non aveva
mangiato niente, e poiché era salita la febbre aveva chiamato il dottor
Peltier. Il dottore arrivò alle tre e diagnosticò una banale influenza.
Prescrisse solo dell’aspirina. Alle sei, Thi sembrava stare già meglio e
aveva preso qualche cucchiaio di minestra. Ma alle nove la sua fronte scottava
come un tizzone. Gli misurarono la temperatura: aveva trentanove e mezzo.
Spaventata, Tuyet aveva telefonato di nuovo al dottor Peltier che era tornato e
l’aveva assicurata che non si trattava di niente di grave. “Lasciamolo
dormire tutta la notte” disse, “e domani starà meglio”. Disse che il
giorno dopo sarebbe ritornato a vederlo. Ma Thi non chiuse occhio per tutta la
notte, e neppure sua madre. Avrebbe voluto chiamare di nuovo il medico, ma
temendo di sembrare troppo insistente decise di aspettare. ‘Verrà domani’,
cercava di consolarsi. Finalmente, poco prima che Tanh suonasse, Thi si era
addormentato.
Tanh ascoltò la sorella con attenzione e commentò: “Sono sicuro che non è
niente. Un’influenza o qualcosa del genere. Non c’è da preoccuparsi”. Poi
le chiese se aveva notizie della famiglia e degli amici in Vietnam.
Mezz’ora dopo, mentre stavano ancora chiacchierando, il padre del bambino,
Doan, uscì dal suo studio. Venne ad abbracciare Tanh e gli disse: “Spero che
tu rimanga a pranzo. Ho un impegno all’università nel primo pomeriggio, e tua
sorella è preoccupata per il suo piccolo furfante. Sarei più tranquillo se ti
sapessi qui”. Tanh acconsentì e Doan si preparò per uscire.
“Sono proprio contenta che ti fermi”, lo ringraziò Tuyet. “Vado a
preparare qualcosa”.
“Fai con calma, non ho fretta. Sono in giardino”.
Il parco della villa era grande e ben tenuto. Maggio era agli inizi, e le foglie
erano giovani e verdi. Il più ricco di fogliame era il tiglio. ‘Tra due
settimane’ pensò Tanh, ‘potrò raccogliere i primi fiori per la tisana’.
Gli piaceva molto la tisana di tiglio. Lo rinfrescava e lo corroborava dopo le
lunghe ore passate a dipingere. ‘Che buffo’, pensò ancora. ‘I cinesi
chiamano il tiglio albero della bodhi e i suoi fiori, fiori della bodhi, fiori
del risveglio’. Camminò fino allo steccato di legno oltre il grande
ippocastano. I rami ricurvi carichi di boccioli gli ricordarono i candelieri dei
templi buddhisti.
Se fosse stato con lui, Thi l’avrebbe sommerso di domande, a molte delle quali
non avrebbe saputo rispondere. Una volta aveva indicato una macchia sul tronco
dell’ippocastano e gli aveva chiesto che colore fosse. Era una macchia di
muschio, di una tonalità tra il verde chiaro e l’indaco, ma certamente non
azzurro. Tanh non sapeva definire quel colore e aveva risposto: “Quel colore
è esattamente quel colore”. Thi aveva capito ed era sembrato soddisfatto.
Tanh si sentiva molto in sintonia con Thi. Aveva spesso usato quel colore nei
suoi quadri. Lo conosceva tanto bene che non aveva bisogno di dargli un nome. In
Vietnam i nomi non sono così importanti. Quando si incontra qualcuno e gli si
sorride o lo si prende per mano, è sufficiente. È più importante ricordare la
persona che il suo nome o la posizione sociale.
Tanh ricordava con piacere un altro fatto che l’aveva avvicinato molto al
nipotino. Tuyet gli aveva dato una pesca e Thi, invece di mangiarla, si era
messo a studiarla e l’aveva appoggiata alla guancia. La mamma gli aveva detto:
“Lo zio Tanh ci ha portato tantissime pesche. Mangia questa, e poi ne avrai un’altra”.
Ma Thi aveva scosso la testa per dire che non ne voleva un’altra, voleva
quella.
Quando in seguito ne avevano riparlato, Thi aveva detto: “Quando ho guardato
quella pesca ho capito che era un miracolo. Quanti mesi deve avere impiegato sua
madre, l’albero, per crearla! Quanti fratelli e sorelle avrà avuto! Tenendola
contro la guancia sentivo la sua amicizia”. Thi aveva trattato quel frutto
come una cosa degna della massima attenzione e non solo come qualcosa da
ingerire. Quando finì di masticare anche l’ultimo boccone, lo zio l’aveva
stuzzicato dicendogli: “Ecco dov’è andato a finire il tuo ‘amico’”.
Vedendo lo zio ridere, anche Thi aveva riso.
Il calore che si era instaurato tra zio e nipote era molto più raro nel
rapporto tra Thi e suo padre. Doan era immerso nell’insegnamento e nel lavoro
di ricerca, e raramente aveva il tempo di fare una passeggiata con il figlio.
Era un uomo gentile e premuroso, ma la passione per la fisica lo assorbiva
totalmente. Con la mente immersa nei fattori matematici, era a mondi di distanza
dagli occhi curiosi del figlio. Poteva spiegare in termini matematici le leggi
che governano i coefficienti di curvatura della luce, ma non capiva le
curiosità molto più semplici di Thi.
Ora, Thi era malato e Tanh sedette da solo sotto l’ippocastano. Pensava alla
frattura tra il mondo delle particelle di Doan e il mondo delle sensazioni di
Thi. Tanh capiva l’amore di Doan per la fisica. Da artista, sapeva che tanto l’arte
che la scienza possono assorbire così completamente da far dimenticare i
normali aspetti della vita quotidiana. Anche se non poteva comunicare con il
cognato nello stesso linguaggio, capiva che il mondo delle particelle poteva
essere più reale per Doan di quanto il mondo dei sensi fosse per Thi e per lui
stesso.
Una volta, prendendo il caffè assieme, Tanh l’aveva stuzzicato: “Forse il
tuo mondo di particelle subatomiche è solo un mondo di fantasmi”.
Doan aveva riso: “Sì, a volte lo penso anch’io. Ma sono fantasmi reali, per
questo dedico tanto tempo a cercare di vederli. Come sai, le particelle non
occupano una posizione precisa nel tempo e nello spazio. Appena ci avviciniamo,
scappano. Quelli che pensiamo essere i caratteri di solidità e di permanenza
delle cose, nel mondo subatomico non esistono più”.
“Allora, nel mondo subatomico è molto più facile dimostrare l’impermanenza
e l’interconnessione di tutte le cose che non nella normale esperienza
quotidiana”, commentò Tanh.
Doan assentì. “Naturalmente. Nel mondo dei sensi, una tazzina di caffè è
una tazzina di caffè. Non può essere contemporaneamente una tazzina di caffè
e un bicchiere di vino. Tanh è Tanh, e non puoi essere contemporaneamente Tanh
e Doan. Nel mondo subatomico, invece, le particelle possono essere particelle o
onde. Ma lo sono nello stesso momento? È un problema che procura dei gran mal
di testa ai fisici”.
“E avete rinunciato a risolverlo?”.
“No. Pensiamo alle particelle come se fossero contemporaneamente una cosa sola
e due cose. Gli americani hanno coniato il termine wavicle, che vuol dire
onda-particella. Sappiamo che non possiamo usare le esperienze della normale
vita quotidiana per descrivere quello che accade nel mondo subatomico.
Dopotutto, come si potrebbe affermare che un elettrone è solido e permanente,
dato che è solo movimento? Come potremmo parlare di una ‘traiettoria’ di
ciò che non è altro che un moto? Un elettrone non è riconoscibile come invece
un oggetto che appartiene all’esperienza ordinaria. Non ha un’identità. È
possibile stabilire la differenza tra Tanh e Doan (ad esempio, abbiamo dati
diversi sulla carta d’identità), ma non possiamo distinguere un elettrone da
un altro”.
Mentre Doan continuava a spiegare come le particelle subatomiche non abbiano un’identità
separata, Tanh ricordò di aver letto che non obbediscono neppure alla legge di
causa ed effetto, né alle leggi statistiche. Simpatizzava con gli scienziati
costretti a mettere in dubbio tutto ciò che diamo per scontato sulla vita.
Forse, alla fine, si sarebbero persino sbarazzati dei metodi scientifici! E con
che tipo di mente si poteva entrare nel mondo delle particelle?”.
Tanh amava molto parlare con il cognato, intelligente e di mente
straordinariamente aperta. A volte stavano alzati fino a notte fonda a discutere
di scienza, arte e filosofia buddhista.
Tuyet venne a chiamare il fratello sotto l’ippocastano. “Thi
si è svegliato e vuole vederti”, disse. “È migliorato. Puoi stare un po’
con lui mentre finisco di preparare il pranzo? Naturalmente, sei invitato anche
a cena”.
“Grazie, accetto con gioia” ripose Tanh, e s’incamminarono verso la casa.
Appena lo vide, Thi stese le braccia verso lo zio. “Poiché eri ammalato, sono
stato costretto a passeggiare in giardino da solo”, celiò lo zio
abbracciandolo.
Gli occhi del bambino scintillarono all’idea della passeggiata nel parco. “La
settimana prossima verrò con te. I timidi boccioli di peonia sono diventati
fiori meravigliosi, li hai visti?”.
“No, sono arrivato solo fino all’ippocastano. Aspetterò che mi porti a
vederli tu. Sai che le peonie si chiamano maudon in vietnamita?”.
Il francese di Thi era molto migliore del suo vietnamita. Spesso Tanh gli
parlava in francese, come fossero due compagni, ma per lui era un punto d’onore
che il nipote non dimenticasse la lingua del suo paese d’origine. Tanh era
molto paziente, e Tuyet era sempre felice di sentirli parlare nella loro lingua
madre. Tanh aveva sempre l’impressione che, quando parlava francese, Thi non
fosse lo stesso bambino di quando parlava vietnamita. Era come se avesse due
anime, una per ogni lingua. Facendo quella riflessione aveva sorriso tra sé,
ricordando la spiegazione di Doan sulla duplice natura delle particelle.
Dopo aver chiacchierato un po’ con il nipote, Tanh lo lasciò ed entrò in
cucina. Tuyet gli chiese notizie del suo lavoro. “Sono mesi che non dipingo”,
rispose. “Dentro di me sta maturando un grosso cambiamento. Lo sto osservando
con attenzione, ma senza interferire”.
A volte, Tuyet era preoccupata per la sopravvivenza del fratello. Sapeva che era
un vero artista e che non avrebbe mai dipinto solo per guadagno. Tanh sosteneva
che a un pittore bastavano poche linee, poche forme e pochi colori per creare un
quadro, come a un poeta bastano poche parole per scrivere una splendida poesia.
Sapeva che cosa voleva esprimere nella sua pittura, e lo esprimeva con
semplicità.
Ma c’erano anche lunghi periodi in cui non toccava il pennello, perché
sentiva che il seme che stava maturando dentro di lui non era ancora pronto.
Sapeva che il vero lavoro dell’artista inizia sempre dalla consapevolezza del
tumulto interiore, e che occorre osservarlo con grande sollecitudine e
partecipazione. Solo dopo essersi trasformati ed essere giunti a maturazione, i
moti interiori potevano diventare un dipinto. Allora bastava prendere il
pennello, e la forma e lo stile venivano da sé. Il gusto del colore e l’abilità
della mano erano secondari rispetto al sapersi fermare, osservare e calarsi
nella vita stessa. Per Tanh, la pittura significava nutrire la propria vita
interiore e prestare attenzione ai più piccoli cambiamenti, più che nell’acquisire
una certa tecnica o uno stile originale.
Non aveva mai considerato i periodi di inattività come uno spreco di tempo. Se
non aveva quadri da vendere, imbiancava le pareti degli appartamenti. Tante
volte aveva detto a Tuyet: “Non preoccuparti. Se rimarrò al verde, potrò
sempre chiederti una ciotola di riso”. E Tuyet rispondeva: “Non chiedo di
meglio che tu venga a mangiare da noi tutti i giorni! Thi ne sarebbe
felicissimo. Anzi, perché non vieni a abitare qui? Con tutte le stanze che
abbiamo! Potremmo trasformare lo scantinato nel tuo studio. Perché pagare un
affitto quando qui staresti benissimo?”.
Tanh guardò la sorella sorridendo: “La casa che ho mi piace, ci sono
abituato, l’affitto è ragionevole, e andare avanti e indietro mi piace”.
“Sei un testone, fratello! Non voglio insistere, perché so che tieni alla tua
intimità” disse anche questa volta Tuyet, e servì il pranzo.
* * *
Tanh si svegliò di soprassalto alle due del mattino. Aveva
fatto uno strano sogno e la sua fronte era madida di sudore. Lo asciugò, poi si
stese sulla schiena, con le braccia e le gambe scostate dal corpo, e iniziò a
respirare in modo profondo e regolare per ristabilire l’equilibrio del corpo e
della mente.
Aveva sognato di camminare, tenendo per mano il nipote, in una foresta di grandi
alberi e fiori meravigliosi. Stavano raccogliendo rami e delle foglie per
costruire un piccolo palazzo, quando il cielo si oscurò tanto che non
riuscivano più a vedersi in faccia. Aveva lanciato un grido per chiamare Thi,
ma non c’era stata risposta. Lo cercava a tentoni nel buio, ma anche gli
alberi e i cespugli sembravano svaniti. Cercò di sentire la terra, che si
liquefece facendolo barcollare. Cadde in una sostanza liquida, e lottando per
uscirne urtò qualcosa: era il braccio di Thi. Assieme cercarono di mantenersi a
galla e di uscire da quella sostanza vischiosa. Finalmente raggiunsero un albero
e vi salirono sopra. Cominciava ad albeggiare, e videro che la foresta era
scomparsa.
Tanh lo prese per mano e corsero attraverso ampi spazi irti di rocce aguzze,
chiazze d’erba secca e macchie di tronchi bruciati e anneriti. Una tempesta si
addensava nel cielo. Una folla inferocita li inseguiva urlando. Tanh cercava un
rifugio, ma attorno a loro solo vuoto e desolazione. Capirono che era inutile
continuare a correre e si fermarono per affrontare gli inseguitori. Ma anche le
grida cessarono e la tempesta si arrestò.
A quel punto, si era svegliato. Continuò a concentrarsi sul respiro profondo e
regolare, in attesa di un’idea che lo aiutasse a comprendere il sogno. Non
voleva razionalizzarlo, perché sapeva che un’intuizione gli avrebbe
comunicato un senso molto più profondo. Passò molto tempo senza nessuna
intuizione, ma la respirazione profonda e regolare l’aveva calmato. Si alzò,
andò in bagno e aprì la doccia. Il getto d’acqua calda lo rilassò. Dopo
qualche minuto chiuse la doccia, si asciugò con cura e indossò degli abiti
comodi.
Entrò nello studio, accese un bastoncino d’incenso e sedette a gambe
incrociate su una coperta ripiegata sul pavimento. La meditazione seduta era una
parte importante del suo lavoro. Come sempre, si concentrò sul respiro. Dopo
una ventina di minuti abbandonò la consapevolezza del respiro profondo e
lasciò che la mente vagasse a suo piacere, continuando a osservarla come un
pastore guarda il gregge che bruca in un prato.
Apparve una serie d’immagini di se stesso nel villaggio in riva al fiume in
cui era cresciuto. Era un piccolo villaggio lambito dal fiume Hau Giang, nella
provincia di Long Xuyen. Vaste risaie si stendevano rigogliose su entrambe le
rive. Da bambino, Tanh correva a piedi nudi con gli amici sugli argini che
dividevano le risaie a caccia di lombrichi, pesci, gamberi e grilli. Che cos’era
stato dei suoi amici? Alcuni erano morti in guerra, altri erano rinchiusi nei
campi di rieducazione, altri ancora erano scomparsi senza lasciare traccia. Que,
il suo amico più caro della scuola elementare, era morto nella battaglia di
Pleime. ‘Ora il suo corpo è tutt’uno con la terra’, pensò. Tanti ragazzi
della generazione successiva alla sua erano stati uccisi da una bomba o da una
pallottola. Suo nipote, Thi, era stato più fortunato. I suoi genitori erano
vietnamiti, ma lui era nato in Francia. Il suo karma collettivo lo legava ai
bambini vietnamiti, ma il karma personale gli aveva riservato un destino
diverso, concedendogli dei privilegi che i bambini in Vietnam non potevano
neppure immaginare.
Da quando Tanh era arrivato in Francia, ogni volta che vedeva dei bambini
giocare pensava ai bambini in Vietnam. Ne aveva tenuti tanti tra le braccia,
straziati dai proiettili o dalle schegge di una bomba, e tanti ne aveva sepolti
con le sue stesse mani. In qualità di volontario della squadra di soccorso dell’Associazione
dei Giovani Buddhisti aveva sfidato più volte la morte per soccorrere dei
civili feriti.
Non avrebbe mai dimenticato il corpicino senza vita di una bambina di quattro
anni, con il collo spezzato e i capelli imbrattati di sangue. Non aveva avuto il
tempo di versare neppure una lacrima per lei, perché altre centinaia di feriti
si lamentavano invocando soccorso. Ebbe solo pochi secondi per guardare la
bambina, ma furono secondi che non avrebbe mai dimenticato. Si era sentito
spezzare dentro. Più grandi erano il dolore e la sofferenza a cui assisteva, e
più le radici del suo essere affondavano nella terra del suo paese.
Erano passati quattro anni da quando era salito sull’areo che lo portava a
Parigi per il programma di Riunificazione Familiare. Perché aveva lasciato il
Vietnam? Non certo per il suo futuro, non per la sua arte, non per desiderio di
una vita comoda. Per la libertà, forse? Ma era possibile la libertà
individuale per una persona così profondamente radicata nel suo paese? Tanh
scosse la testa perplesso, non voleva più pensare a questo argomento.
Il suo amico Que, persino le sue ossa si saranno ormai polverizzate. Tuc, suo
fratello maggiore, era ufficiale di collegamento nell’esercito del Vietnam del
Sud quando venne dichiarato disperso in un’azione nel 1972. I suoi resti non
vennero mai ritrovati. Anche le ossa di Tuc saranno diventate di nuovo terra,
sulle montagne lungo il confine con il Laos. Anche le piccole ossa della bambina
morta tra le sue braccia sono ritornate alla terra del suo popolo. Tanh
ricordava ancora il punto esatto della fossa in cui l’aveva sepolta nel
cimitero di Binh Dinh. L’aveva sepolta senza bara e senza servizio religioso.
Non conosceva il suo nome, né quello della sua famiglia. Tutto quello che aveva
potuto fare, gettando la terra nella fossa, era recitare il nome del Buddha
Amida.
I genitori di Tanh erano morti nel crollo della loro casa sotto una bomba a Long
Xuyen. Tanh aveva diciannove anni. Qualche anno dopo era tornato al suo vecchio
villaggio e si era seduto sul mucchio di mattoni, tegole, intonaco e travi che
una volta era la casa dei suoi antenati. Da una fessura nelle macerie era
cresciuto un fiorellino selvatico con cinque petali viola, e quella fragile
bellezza l’aveva commosso profondamente. Capì che il fiore non sapeva nulla
di tutta quella distruzione. Era la vita, in tutta la sua forza e la sua
meraviglia, che fioriva in mezzo al caos, all’odio e alla guerra.
Il fiore selvatico gli aveva fatto comprendere gli insegnamenti di Toan, l’anziano
scultore che era stato il suo maestro all’istituto d’arte. Quando lavorava
con il martello e lo scalpello, o dava forma alla creta con le mani, sembrava un
sacerdote intento a celebrare un rito sacro. Era ad un tempo forte e mite,
aggraziato e solenne. Non produceva molte opere, ma ogni sua creazione era viva
e pulsante.
Una volta aveva portato Tanh alla pagoda di An Quang per fargli vedere un suo
lavoro, la statua di Manjushri, il bodhisattva della perfetta saggezza. In
seguito, Tanh tornò molte volte alla pagoda per studiare l’opera del maestro.
Guardandola, capì che nessuno avrebbe potuto creare una figura di tale bellezza
senza avere molto amato e molto sofferto. Davanti a lui stava la
rappresentazione di un essere che conosce a fondo l’esistenza. Gli occhi della
scultura in legno esprimevano tutta l’ampiezza della gioia e del dolore. Il
suo sguardo apriva chi lo guardava, come il sole apre con la sua luce i petali
di un fiore. Era uno sguardo che non giudicava e non condannava, ma che
comprendeva e rasserenava.
Era lo sguardo della compassione, che si materializzava nel sorriso sul volto di
Manjushri. Solo chi aveva conosciuto le profondità del dolore poteva sorridere
con quella dolcezza e guardare il mondo con occhi pieni di compassione. La
posizione del corpo e delle mani non rimandava a un dio sovrannaturale, ma a un
essere umano, a un amico. Quella figura diceva che un uomo o una donna,
diventando profondamente umani, possono diventare un buddha. Il bodhisattva
sedeva perfettamente immobile, privo di paura e completo in se stesso, presente
e non estraneo al mondo.
Nei loro frequenti incontri, il maestro aveva anche insegnato a Tanh a sedere in
meditazione. “La meditazione seduta” gli aveva detto, “aiuta l’ispirazione
a maturare prima di essere trasformata in opera d’arte”. Toan gli aveva
fatto capire lo stretto rapporto tra un artista e la sua terra: “Ogni nazione,
ogni popolo attraversa momenti di splendore e momenti di sofferenza. Esprimendo
le sue speranze e i suoi dolori, un artista parla a nome del suo popolo, perché
i suoi sentimenti riecheggiano quelli del suo popolo”. Tanh non aveva compreso
del tutto quelle parole finché non aveva visto il fiore selvatico farsi strada
tra le macerie della guerra.
Guardando il nipote, Tanh pensava: “Ecco un bambino nato e cresciuto in un
paese senza guerre, amato e accudito dai genitori e dagli altri adulti, con
tutti i beni materiali a disposizione”. Poi pensava ai bambini dai corpi
straziati dalle pallottole e dalle bombe, ai bambini costretti a vagare,
tremanti di freddo e di fame, in un mondo pieno d’odio. Ripensò al sogno
appena fatto. Teneva Thi per mano, e correvano e correvano sotto una minacciosa
tempesta. Tanh capì che quella corsa esprimeva il suo desiderio di fuggire la
morte, la disperazione e l’impermanenza. Gli tornò alla mente la fine del
sogno: avendo visto che era impossibile nascondersi si erano fermati, e le urla
della folla che li inseguiva erano cessate. Forse il vero nemico era la sua
stessa paura, il suo desiderio di un’esistenza indipendente dalle difficili
condizioni del mondo? ‘La vita ci mette al mondo e poi ci sotterra’, pensò.
‘Non c’è vita senza morte, né morte senza vita. Accettare totalmente la
vita significa accettare entrambi i lati dell’esistenza’. Rivide la bambina
morta tra le sue braccia, che gli sorrideva. Che miracolo quel sorriso! Era lo
stesso sorriso del nipote. Sì, era Thi che gli stava sorridendo. Quella bambina
dilaniata dalla guerra e Thi con tutte le sue comodità erano lo stesso bambino.
Benché la guerra fosse finita da cinque anni, e benché zio e nipote vivessero
al sicuro in un paese pacifico e democratico, la realtà vietnamita pulsava in
ogni cellula del suo corpo. Il sogno non era un’illusione, era reale al pari
di qualunque oggetto attorno a lui. Aveva salito la scaletta, era entrato nell’aereo
diretto in Francia, ma non aveva mai lasciato la sua terra. Lui stesso era la
sua terra.
Dolcemente, Tanh emerse dalla meditazione. Si alzò e cominciò a camminare
lentamente, ponendo attenzione a ogni singolo passo come se volesse imprimere le
sue orme sul pavimento, sulla terra stessa.
Quel mattino iniziò a dipingere un ritratto di Thi che teneva un mazzo di
peonie in fiore. Lavorò tutto il giorno e a notte fonda dipingeva ancora,
fermandosi solo per mangiare un pezzo di pane e un’arancia, e bere un
bicchiere d’acqua.
Dormì quattro ore. Si alzò di buon mattino, sedette mezz’ora in meditazione,
accese la luce nello studio e riprese a dipingere. Qualcuno suonò più volte il
campanello, ma non aprì. Non voleva vedere nessuno né parlare a nessuno mentre
dipingeva il ritratto di Thi. Lavorò fino a mezzogiorno di giovedì, quando
ritenne il quadro finito. Forse ancora una pennellata qui e un piccolo
cambiamento là, ma non di più. Puntò la lampada sulla tela e sedette a
contemplare il suo lavoro. Il sorriso di Thi era limpido e luminoso come le
peonie che teneva in mano. Era lo stesso sorriso della bambina che gli era
apparso durante la meditazione seduta. Aveva dipinto il nipote nel tradizionale
abito vietnamita, lo stesso che indossava la bambina. ‘È ritornata’,
pensò. ‘Adesso vive in Thi e in tutti i bambini che calpestano ancora il
suolo della nostra patria’.
Bambini che camminate verso il futuro, portate con voi le
migliaia di piccole vite che sono state spezzate. E che noi adulti, che siamo
stati accecati dall’odio e dall’ambizione, possiamo camminarvi accanto e
lasciare che ci superiate. Il piccolo Thi non morirà mai. In lui vive il
passato, e attraverso di lui tutti i bambini, vivi e morti, andranno avanti e
costruiranno il futuro.
Spense la luce, chiuse la porta dello studio e scese le scale
che conducevano al piano terreno. Era in pace. Voleva uscire a mangiare
qualcosa, tornare per un breve riposo e dare gli ultimi tocchi al dipinto.
Passando davanti alla cassetta delle lettere, vide un telegramma. Era di sua
sorella: “Ho bisogno di te. Vieni subito. Tuyet”. Tanh si precipitò alla
fermata dell’autobus.
* * *
Il giorno prima, la temperatura di Thi era salita oltre i 40.
Vomitava, la testa gli faceva male e non smetteva di urlare per il dolore mentre
si teneva la testa tra le mani. Il suo pianto spezzava il cuore. Tuyet tentava
disperatamente di calmarlo, mentre Doan chiamava il dottor Peltier. Il dottore
consigliò di portare immediatamente Thi all’ospedale infantile, e lui li
avrebbe raggiunti lì. Quando arrivarono all’ospedale, Thi aveva quasi perso
coscienza.
Lo sottoposero a tutti i test, e la diagnosi fu un tumore al cervello e un
attacco di meningite. Era in pericolo di vita. I medici decisero di operarlo
immediatamente per asportare il tumore. I preparativi per l’operazione
durarono tre ore. Thi venne portato in camera operatoria e steso a faccia in
giù su un lettino speciale.
Tuyet e Doan aspettavano in una stanza accanto alla camera operatoria. Il tempo
si era fermato. Tuyet recitava mentalmente il nome della bodhisattva Kwan Yin,
invocandone la compassione. Ma Doan non riusciva a pregare. Il suo cuore era in
tumulto. Più pensava alle diagnosi sbagliate del dottor Peltier, più cresceva
la sua rabbia. Per tre volte il medico aveva sottovalutato la gravità delle
condizioni di Thi!
L’operazione si protrasse fino a sera, e Thi era ancora sotto l’effetto dell’anestesia.
Il chirurgo li informò che l’intervento era riuscito, ma le condizioni del
bambino rimanevano critiche. Avrebbero iniziato un massiccio trattamento a base
di antibiotici e cortisone, e Thi avrebbe dovuto svegliarsi di lì a sei ore.
Il regolamento dell’ospedale consentiva a un solo familiare di rimanere, e
Doan lasciò il posto a Tuyet. Le disse di telefonare immediatamente non appena
ci fosse qualche cambiamento, e per il resto di riposare. Nel lasciarsi, Tuyet
gli chiese di pregare con tutte le sue forze e di informare suo fratello.
Doan non riuscì a prendere cibo. Bevve un bicchiere di latte
e sedette accanto al telefono in attesa della chiamata. Ma non riusciva a star
fermo, era come stare seduto sui tizzoni. Balzò in piedi e si mise a camminare
dal soggiorno alla cucina, dalla cucina al soggiorno, allo studio, alla stanza
di Thi, dalla stanza di Thi alla sua, e dalla sua a quella di Tuyet. Ma un fuoco
lo divorava. Tornò nel soggiorno. Sedette nella sua poltrona preferita, ma
resse pochi minuti. Balzò di nuovo in piedi e riprese a camminare. La sua
vecchia poltrona preferita era avvolta nelle fiamme.
Alle otto non aveva ancora ricevuto nessuna chiamata, il che significava che Thi
non aveva ripreso conoscenza. Entrò in panico. Voleva mantenersi calmo, ma non
riusciva. Sapeva che in quel momento sua moglie stava pregando, e desiderò
poter avere anche lui la pura e semplice fede della moglie. Ma non riusciva a
indursi a credere che invocare il nome del Buddha avrebbe aiutato suo figlio.
Tuyet aveva cercato tante volte di convincerlo a pregare con lei, ma lui non era
mai riuscito. Finché il bambino non fosse dichiarato fuori pericolo, non
sarebbe riuscito a riposare un solo momento.
Il pendolo batté la mezzanotte. Doan indossò il pigiama e si mise a letto,
sperando di cadere immediatamente nel sonno. Ma non poté neppure chiudere gli
occhi. Allora, e solo allora, riuscì a guardare in faccia il suo dolore.
Davanti ai suoi occhi si formò l’immagine di Thi. Tremò al pensiero della
mortalità del figlio. Si girò e rigirò alla ricerca di una posizione che
favorisse il sonno, ma senza esito. Anche il letto bruciava. Era come se lui,
Tuyet e Thi, e tutta la casa, fossero in balia delle onde dell’oceano e
rischiassero di capovolgersi da un momento all’altro. Per la prima volta
comprese quanto la sua vita fosse legata a quella di Thi. Vide che, se Thi
moriva, lui non sarebbe stato più lo stesso. Sarebbe morto anche lui. Thi era
molto più di suo figlio: era lui stesso.
Per anni aveva pensato che fornire al figlio sicurezza e beni materiali era
tutto il suo dovere. Era come un giardiniere che, dopo aver messo a dimora una
piantina, averle dato un suolo ricco e averla riparata dal vento, lasciasse che
se la cavasse da sé. Di colpo capì che Thi non era affatto una pianta. Thi era
anche il cuore del suo giardiniere: se la pianta moriva, moriva anche il
giardiniere.
Eppure vivevano in una terra solida e sicura, non su una barca sballottata dalle
onde. La Francia era una nazione in pace. Montpellier offriva a lui e a suo
figlio tutte le opportunità. Thi riceveva amore e attenzione dalla famiglia,
dalla scuola e dalla società in cui viveva.
Doan conosceva i pericoli a cui andavano incontro i profughi che fuggivano dal
Vietnam per via mare: la fame, la sete, le tempeste e i pirati. Una statistica
aveva rivelato che i sopravvissuti tra i profughi non arrivavano al cinquanta
per cento. Pensò ai senzatetto, a chi aveva perso tutto, alle vittime della
guerra e li confrontò con se stesso. Lui aveva una casa, una villa circondata
da alberi e fiori, un luogo pieno d’amore e di sicurezza. Ma in quel momento
anche lui era in balia delle onde. Tranquillità e sicurezza erano svanite di
colpo, e il suo futuro era incerto esattamente come quello dei boat people.
Ma ciò gli aveva consentito di fare una scoperta fondamentale: Thi non era solo
suo figlio, era lui stesso. Se Thi moriva, anche Doan moriva. O, se non fosse
fisicamente morto, sarebbe diventato l’ombra di se stesso. Che scoperta
sconvolgente! Come poteva dormire dopo una tale scoperta? Si sentiva come se l’avesse
trafitto una freccia. Lo shock, l’angoscia e la realtà della scoperta erano
tali che non poteva stare con gli occhi chiusi. Abbandonò l’idea di dormire e
andò in cucina per preparare un caffè molto forte.
Capiva di essere arrivato a una verità mai toccata prima. La sua lotta per la
sopravvivenza era altrettanto disperata di quella dei profughi vietnamiti nelle
loro fragili imbarcazioni. Se non trovava un modo per vincere il suo tormento e
la sua paura, sarebbe annegato anche lui. Tuyet non aveva ancora telefonato. Se
avesse chiamato, pensò, sarebbe stato solo per dirgli che Thi non aveva ancora
ripreso conoscenza. Poche ore prima attendeva con ansia lo squillo del telefono,
ma ora ne aveva paura. Doveva rimanere saldo, perché la tempesta che si stava
profilando poteva trascinarli tutti sul fondo dell’oceano. La notte era solo a
metà, e a Doan sembrava che i capelli gli fossero diventati bianchi di colpo.
Doveva lottare, ma con che armi? Tuyet aveva la preghiera, perché aveva fede
nel Buddha. Suo fratello, Tanh, sapeva sedere e meditare in silenzio. Doan non
aveva né la fede né la capacità di meditare. Aveva la scienza, ma come usare
la scienza in un momento come quello, un momento di paura e incertezza tanto
forti da mandarlo in frantumi?
Erano le due e mezzo del mattino. Doan aveva camminato nervosamente da una
stanza all’altra, si era rigirato nel letto, si era seduto e rialzato
centinaia di volte. Aveva provato ad aprire giornali e libri, ma non riusciva ad
andare al di là della prima riga. Si chiese chi avrebbe voluto avere vicino per
condividere la sua angoscia. Passò in rassegna tutti gli amici, ma nessuno era
la persona giusta. Nessuno avrebbe potuto condividere la sua solitaria
disperazione. Era meglio affrontare la paura da solo che parlarne a chi non
poteva viverla con lui. Poi pensò a Tanh. Forse si sarebbe sentito meno solo se
Tanh fosse stato con lui, anche in silenzio. Sapeva che Tanh amava il bambino
come lo amavano lui e Tuyet.
Se solo Tanh avesse avuto il telefono! Inoltre era uno spirito libero, e forse
non era neppure in casa. Improvvisamente ricordò di non avergli trasmesso il
messaggio, come gli aveva chiesto Tuyet. Prese il telefono, compose un numero e
dettò un telegramma a firma di Tuyet in cui chiedeva a Tanh di venire
immediatamente. Posò il telefono, accese tutte le luci in soggiorno e sedette
di nuovo nella sua poltrona. Il telegramma non sarebbe stato recapitato prima
delle otte del mattino, e quindi Tanh non sarebbe arrivato prima delle dieci. Le
condizioni di Thi sarebbero state un colpo per lo zio, ma Doan era sicuro che
non sarebbe entrato in panico come invece stava facendo lui.
Il pendolo batté tre colpi. Le tre del mattino. Il telefono continuava a tacere
e ciò significava che Thi era ancora incosciente, che la sua vita era sospesa a
un filo. Un bambino piccolo e fragile come Thi, come poteva sopravvivere a un
tumore e a un attacco di meningite? Se avesse avuto il dottor Peltier tra le
mani, non gli avrebbe risparmiato quello che pensava.
Doan sapeva che le condizioni di Thi sfidavano le migliori conoscenze mediche.
Lo scorso gennaio un suo amico, Binh, era morto all’ospedale Lariboisière di
Parigi dopo un intervento al cervello che tecnicamente era riuscito. ‘La
fiducia nella scienza va bene’ pensò, ‘ma bisogna anche aver fiducia nei
miracoli’. Sapeva che, in quel momento, sua moglie stava invocando il nome dei
bodhisattva della compassione e della guarigione per ottenere un miracolo.
Desiderò ardentemente di avere la fede anche lui, ma il suo interesse per il
Buddhismo era molto più occasionale della profonda fede di Tuyet e della
meditazione di Tanh.
Doan era così teso che gli sembrava che il cervello stesse per esplodergli.
Guardò il telefono e provò il forte stimolo a chiamare, ma sapeva che non
sarebbe servito a niente. Se Thi riprendeva coscienza, Tuyet si sarebbe
precipitata a telefonargli. Erano le quattro. Si stese sul letto, immobile come
un cadavere. Si rialzò, inghiottì due aspirine assieme a un bicchiere d’acqua
fresca e si stese di nuovo, sperando che l’aspirina lo calmasse. Mezz’ora
più tardi, aveva la testa in fiamme. Provò a massaggiarla, ma abbandonò
immediatamente il tentativo. Aprì l’armadietto dei medicinali e prese due
pastiglie di un potente sonnifero. Le inghiottì, spense tutte le luci e si
gettò sul letto.
Erano passate le cinque quando sprofondò in un sonno artificiale. Entrò in una
serie di incubi. Nell’ultimo, tutta la famiglia era in una barca sbattuta da
onde gigantesche. Un’ultima ondata, alta come una montagna, li travolse. Si
svegliò urlando, in un bagno di sudore. L’orologio segnava le otto e venti.
Aveva dormito tre ore, ma si sentiva più stremato di prima e la tensione non si
era allentata. Più cercava di sconfiggere la paura, più la paura si vendicava
sul suo organismo.
Il telefono squillò. Il cuore di Doan ebbe un sussulto. Corse all’apparecchio,
sì, era Tuyet, no, Thi non aveva ripreso coscienza. La voce di Tuyet era gonfia
di pianto. Doan le disse di avere mandato il telegramma a Danh, e sperava che
arrivasse per le dieci. Tuyet gli chiese di aspettare l’arrivo del fratello e
di venire assieme in ospedale. Promise di chiamare non appena fosse intervenuto
il minimo cambiamento.
Posando la cornetta, Doan si rese conto che le condizioni del figlio erano molto
più gravi di quanto temesse. Dopo la telefonata della moglie, la sua angoscia
si fece ancora più devastante. Fino a quando avrebbero aspettato un segno di
miglioramento? Fino a quella sera, a domani, a dopodomani? E lui sarebbe
sopravvissuto a un altro giorno di quella prova?
Doan si era immobilizzato nella sua poltrona. In quello stesso momento, suo
figlio lottava per non morire. Più e più volte si ripeté un’unica frase:
“Devi farcela, bambino mio, devi farcela”. Thi doveva lottare, e anche lui
stava lottando. Ma non aveva la fede della moglie né la pratica meditativa del
cognato, e non poteva prenderle a prestito da loro. Aveva una pratica che
potesse chiamare sua? Pensò alla sua vocazione, al suo amore per la fisica e la
matematica. C’era qualcosa, in tutti quegli anni di ricerca, in grado di
aiutarlo in quel frangente?
Appena si pose la domanda, sentì il bisogno di andare a sedersi alla scrivania
dello studio. Prima si sciacquò il viso, indossò una camicia pulita, e quando
finalmente entrò nello studio si sentì immediatamente più calmo. Una
piacevole sensazione lo avvolse mentre entrava nel mondo che gli era fisicamente
e mentalmente familiare. Si sentì come una lumaca protetta dal guscio o come un
ragno che riguadagnava il centro della tela faticosamente tessuta. ‘Mi sto
rifugiando nella mia torre d’avorio?’, chiese a se stesso. ‘Sarà una
torre sufficientemente robusta per proteggermi da questa tortura?’.
‘La notte scorsa è durata un’eternità’, rifletté. ‘Tempo, tempo. Il
mio tempo, il tempo di Thi, il tempo degli elettroni e dei mesoni. Il tempo del
mondo subatomico è indipendente dal tempo della mente umana?’. Più di una
volta aveva discusso con Tanh il problema del tempo. Avevano esaminato le
modificazioni temporali nella teoria della relatività di Einstein, e Tanh aveva
osservato che il tempo, lo spazio e quelli che definiamo fenomeni fisici sono in
stretta relazione con la percezione umana. Aveva detto che solo nella mente i
fenomeni acquistano la forma e le proprietà che assegniamo loro.
Doan era d’accordo quasi in tutto. Le recenti scoperte della fisica delle
particelle avevano scosso dalle fondamenta l’edificio della fisica classica, e
il mondo aristotelico aveva perso la sua credibilità. La scienza non era
riuscita a trovare un’entità dotata di un’esistenza a se stante e separata.
L’osservazione del mondo subatomico non aveva portato alla scoperta di
entità, ma solo delle reazioni di ciò che a volte si comporta come onda e a
volte come particella. Il mattone fondamentale della materia non era stato
trovato.
Doan sapeva che lo spazio, il tempo e la materia non sono osservabili
indipendentemente gli uni dagli altri. Si suppone che esista una linea che
divide il passato dal futuro e che viene chiamata presente, ma i suoi studi
sulla relatività gli avevano insegnato che la durata del presente varia a
seconda della distanza spaziale tra l’osservatore e il fenomeno osservato. Il
presente può ridursi a un attimo o essere misurato in anni e persino in milioni
di anni. La stella cadente osservata dalla Terra, da un altro punto d’osservazione
nell’universo può non essere caduta affatto o essere caduta milioni di anni
fa. Il presente non è un parametro universale, e può espandersi verso il
passato e verso il futuro.
Dalla meccanica quantistica aveva imparato il principio di indeterminazione che
impedisce di stabilire la posizione esatta di un elettrone. È impossibile
stabilire in termini soddisfacenti i moti e le reazioni delle particelle
subatomiche con formule matematiche. Nel mondo subatomico, tempo e spazio
diventano qualcosa di impreciso, tanto che non si può più affermare che cosa
sia passato e che cosa sia futuro. Alcune ‘entità’ subatomiche sembrano
scorrere in direzione contraria al tempo, addirittura in direzione contraria
alla legge di causa ed effetto.
Doan aveva la sensazione di passare da un sogno a un altro. Thi faceva parte di
questo mondo da otto anni, e non gli era mai sembrato così reale come ora, alle
soglie della morte. Vedendo con maggiore chiarezza il figlio, Doan vedeva più
chiaramente anche se stesso. Le sue illusioni di sicurezza e separatezza erano
svanite, la vita si rivelava fragile ed evanescente come un filo di fumo. Il
passato sembrava un sogno. E il presente, carico di ansia e paura, non poteva
essere anch’esso un sogno?
Doan divenne consapevole di un nuovo struggimento interiore, sentiva il
desiderio di svegliarsi da questo mondo illusorio per accedere al mondo della
realtà. Avvertiva il tempo e lo spazio come una rete che lo intrappolava. La
gravità delle condizioni di Thi, causa di un’ansia insopportabile, si stava
trasformando nella porta sulla liberazione per suo padre. Attraverso la prova
della malattia del figlio, Doan era giunto a capire che il mondo della ricerca
scientifica aveva altrettanto valore del mondo delle occupazioni quotidiane.
Per Doan, fatti che la maggioranza delle persone dava per scontati erano
profonde verità da contemplare. Se guardava il sole calare dietro le montagne e
sentiva i raggi accarezzargli ancora la faccia, sapeva che in realtà era
tramontato già da otto minuti. Il sole che vediamo non è mai il sole del
momento reale. Se contemplava la stella che il poeta ‘strappa al firmamento
per fermare la chioma dell’amata’, sapeva che forse era già esplosa da
milioni di anni. Suo figlio era nato nel 1972, ma ‘questo evento, considerato
da differenti punti d’osservazione nell’universo, ha significati altrettanto
diversi’, pensava. ‘Da un certo punto d’osservazione, Thi non è ancora
nato; da altri, vivrà e parlerà e riderà migliaia di anni a partire da adesso’.
Contemplando questi fatti, Doan capì che viviamo una vita basata su percezioni
illusorie che ci causano sofferenze e paure indicibili.
Ora capiva le implicazioni pratiche della doppia natura delle onde-particelle.
Ciò che vediamo, udiamo e tocchiamo ogni giorno non è molto diverso da un
fantasma. Alla luce della scienza, la generale presunzione della solidità delle
cose si rivela completamente erronea. Capì di colpo che l’ansia per la
possibile morte di suo figlio si fondava su quel modo illusorio di percepire. Fu
un’intuizione che attraversò la sua mente come un lampo.
Continuava a essere conscio della gravità delle condizioni del figlio, ma non
era più in preda al panico. La notte precedente, il suo stato mentale era stato
troppo agitato per poterlo placare o addormentarlo con mezzi chimici. Poi,
davanti alla necessità estrema, le sue conoscenze della fisica erano venute a
offrirgli una profondissima intuizione sulla natura dell’esistenza. La ricerca
scientifica si era rivelata il suo guscio protettivo, il centro della ragnatela.
Continuava a sedere alla scrivania, immobile e silenzioso come un sacerdote
taoista. Se qualcuno gli avesse chiesto: “Qual è il tuo desiderio più
profondo in questo momento?”, avrebbe risposto: “Raggiungere il totale
risveglio”. Non voleva ritornare nel sogno di un figlio in perfetta salute e
di se stesso impegnato nella ricerca e nell’insegnamento. Anche se bello era
pur sempre un sogno, e Doan sapeva che anche i sogni più belli sono seguiti da
incubi come quello che aveva appena attraversato.
Istintivamente raddrizzò la schiena. Cominciò a respirare in modo profondo e
tranquillo. Pensieri di nascita e morte passavano attraverso di lui. Sapeva che
l’homo sapiens deriva da una creatura monocellulare, e sorrise pensando alla
continuità della vita dall’ameba a lui stesso. ‘L’evoluzione è nascita e
morte, ma anche non-nascita e non-morte. L’ameba non è mai morta, e neppure
io. Quando sono nato? Non esistevo forse prima della prima ameba, nelle
condizioni che resero possibile la prima ameba? E se da quel momento in poi non
sono mai morto, come posso morire adesso?’. Una volta, Tanh gli aveva detto:
“Nascita e morte sono stelle nei tuoi occhi”, ma Doan non aveva capito.
Ricordò la legge enunciata dal chimico francese Lavoisier: niente si crea e
niente si distrugge. Pensò che la legge di Lavoisier, formulata per essere
applicata alla materia inorganica e all’energia, poteva applicarsi altrettanto
bene alla materia organica. Tutte le creature dotate di vita sono al di là di
nascita e morte. La vita di Doan, così come la vita di Thi, continuerà senza
interrompersi mai. Erano oltre la distruzione. Una goccia d’acqua può
trasformarsi in nuvole, pioggia e chicco di riso, ma il fiume della vita scorre
ininterrotto. ‘Niente si crea e niente si distrugge, niente nasce e niente
muore’. Che strano, pensò, che il linguaggio della scienza e quello del
Buddhismo fossero così simili.
Gli tornarono in mente le parole di un filosofo: “Accetto i limiti imposti all’esistenza
in termini di spazio, ma perché dovrei accettare i limiti in termini di tempo?
Nel 2.000 solo pochi degli attuali viventi saranno ancora in vita, ma nessuno
sarà ancora vivo nel 3.000". Quelle parole gli sembravano meccaniche e
semplicistiche.
Sapeva che tutti i fenomeni sono interdipendenti, che siamo parte integrante
dell’universo, e che attraverso la nostra esistenza esistono tutti gli altri
fenomeni e l’intero universo. ‘Vivere significa esistere assieme all’universo’,
pensò. ‘Chi può sapere che, se batto le mani, il suono che ho prodotto non
si riverbererà, in qualche modo, nella costellazione di Andromeda? Chi può
sapere se l’aria che entra nei miei polmoni non contiene una particella dell’aria
respirata da Giulio Cesare tanti secoli fa?’.
‘Esistere’ continuò a riflettere, ‘significa vivere nella totalità del
tempo, senza che vi sia un inizio e una fine. Se non c’è passato, non c’è
neppure presente o futuro. Se non c’è futuro, non ci sono neppure il passato
e il presente. Nascita e morte sono espressioni convenzionali, che oscurano la
visione di una totalità che non ha mai avuto una nascita e non avrà mai una
morte’.
Per più di un anno Doan e Tanh avevano discusso di questi argomenti, e
finalmente Doan ne comprendeva l’importanza. “Siamo legati alle nostre
percezioni”, aveva detto una volta Tanh. “È il nostro modo di percepire che
divide la realtà in nascita e morte, uno e molti, permanente e impermanente,
passato e presente”.
Tanh aveva detto scherzosamente a Doan che il suo mondo di particelle era un
mondo di fantasmi. Ora Doan capiva che grazie a quel ‘mondo di fantasmi’ era
in grado di vedere attraverso l’apparenza del mondo ordinario e di capire che
le cose che percepiamo attraverso i sensi sono anch’esse illusorie.
Le scoperte della fisica degli ultimi cinquant’anni hanno dimostrato che le
cose non sono ciò che sembrano. Ma, benché Doan e i suoi colleghi fossero
tutti d’accordo su questo punto, avevano perso vent’anni per dibattere
problemi come ‘onda e/o particella’. Benché nessuno pensasse di poter
descrivere il mondo subatomico attraverso immagini visive, si erano mantenuti
concetti reciprocamente contradditori come quello di ‘onde’ e ‘particelle’.
La ricerca scientifica era intrappolata nella visione dualistica che muove
sempre da coppie di opposti. E benché questa visione fosse ormai crollata
rispetto a determinati fenomeni (materia e energia, inerzia e gravità, tempo e
spazio, onda e particella) ne dominava ancora molti, ad esempio l’opposizione
spirito-materia e soggetto-oggetto. Le argomentazioni a sfavore della visione
dualistica non erano ancora abbastanza forti e formulate con la necessaria
chiarezza per cancellarla del tutto.
Altrimenti come avrebbero potuto gli scienziati, dopo aver riconosciuto la
natura non dualistica dello spazio-tempo, continuare a cercare il punto di
inizio e i confini finali dell’universo? La teoria del Big Bang, l’idea di
un universo in espansione, con limiti definiti, contraddiceva l’ormai
accettata nozione della natura unitaria dello spazio-tempo.
Doan aveva sentito un eminente scienziato speculare sul tempo all’interno dei
buchi neri e nel mondo subatomico. Ma tempo e spazio venivano ancora concepiti
come esperienze separate dalla percezione soggettiva. La teoria della
relatività spiega come tempo e spazio siano della stessa natura, perché il
tempo non esiste indipendentemente dallo spazio. Quindi, tutto ciò che rientra
nelle tre categorie di tempo, spazio e fenomeni deve avere la stessa natura, e
non esiste al di fuori della percezione.
Alcuni fisici affermavano: “Non possiamo conoscere le particelle subatomiche
in sé, possiamo osservarle solo all’interno della nostra percezione. Ne
deriva che qualunque osservazione dell’infinitamente piccolo distorce o cambia
l’oggetto osservato, e che la realtà oggettiva resta inconoscibile”. Doan
capì che l’osservazione scientifica si fonda sul dualismo, perché l’oggetto
osservato viene considerato indipendente dal soggetto che lo osserva.
Tanh gli aveva detto che, nel Buddhismo, l’osservazione apre la strada alla
‘penetrazione’. Se si penetra la realtà, la differenza tra oggetto e
soggetto scompare. Ecco, pensò Doan, l’inciampo maggiore della scienza
moderna. Doan dissentiva dagli scienziati che credono che il linguaggio
matematico costituisca la soluzione di tutti i problemi. La matematica è un’astrazione
prodotta dalla mente umana, più adatta a descrivere la modalità percettiva
dell’essere umano che non il mondo. ‘Per quanto in là ci spingiamo’
rifletté, ‘non facciamo altro che trovarci sempre a faccia a faccia con noi
stessi’.
Se soltanto Tanh fosse stato lì! Avrebbe potuto offrirgli dei suggerimenti
sulla ‘saggezza non-discriminante’, la visione non dualistica della realtà
secondo il Buddhismo. Doan si chiese con quale linguaggio si sarebbe potuta
descrivere una tale visione. Ovviamente, non un linguaggio che divida la realtà
in soggetto e oggetto.
Si sarebbe sicuramente trattato di un linguaggio esoterico, perché chi
continuasse a pensare in termini dualistici avrebbe avuto difficoltà a
comprendere un linguaggio non discriminante. Forse, concetti della moderna
fisica come ‘continuum spazio-temporale’, ‘spazio quadridimensionale’ o
‘onda-particella’ potevano rivelarsi utili per invalidare la nozione
dualistica della realtà.
Tanh gli aveva spiegato che annullare il dualismo non significava approdare al
monismo. Se la realtà può essere unica, può anche essere duplice o triplice.
Il Buddha non si era espresso al riguardo. Doan avrebbe accolto con tutto il
cuore i suggerimenti di Tanh, secondo cui la verità va sempre cercata nella via
di mezzo.
Ricordò alcuni consigli che il cognato gli aveva dato per liberarsi dalla
nozione dualistica, ad esempio: “Il Buddhismo offre concetti quali l’’inter-essere’
e il ‘non-io’ per abbattere i confini che dividono la realtà”. ‘Dopo
tutto’ rifletté Doan, ‘il principio di indeterminazione di Heisenberg non
può essere uno strumento per annullare l’abitudine di descrivere la realtà
attraverso determinate rappresentazioni? Come il Buddhismo ha creato un suo
linguaggio per aiutarci ad andare oltre il dualismo, anche la scienza sta
creando un nuovo linguaggio per esprimere le sue nuove comprensioni della
realtà’.
* * *
Doan si alzò lentamente. Attraverso la finestra vedeva il
sole illuminare il giardino e sentiva gli uccelli cinguettare tra le foglie.
Sentì il desiderio di uscire all’aperto sotto quei grandi alberi. La
preoccupazione e l’ansia della notte precedente erano ancora vive, ma si
sentiva calmo e pieno di energia. Il cuore gli si riempì di tenerezza al
pensiero di Tuyet e a ciò che doveva essere stata per lei la notte passata e la
giornata odierna. Doan tremò al pensiero che, in quella burrasca, lui era stato
fragile come una canna che poteva spezzarsi in qualunque momento. Sapeva che il
dolore della perdita sarebbe stato terribile se Thi non avesse vinto la
battaglia per la vita. Ma adesso aveva una nuova forza e una nuova capacità di
ripresa che gli avrebbero consentito di affrontare le difficoltà della vita e
di dare appoggio a Tuyet. Come Tuyet e come Tanh, ora aveva anche lui delle
profonde risorse interiori.
Raggiunse il giardino. Il profumo dei fiori di peonia si spandeva nell’aria
pomeridiana. Si accorse di essersi lasciato assorbire per anni dal suo mondo di
elettroni, mesoni e neutroni, e di non avere mai trovato il tempo di prendere la
mano di suo figlio per passeggiare assieme. Ma adesso, dopo essersi spinto così
lontano nel mondo delle particelle, era in grado di essere pienamente presente
alla bellezza e alla frescura del loro giardino.
S’incamminò verso l’ippocastano. Il campanello suonò: Tanh era arrivato.
Doan si mosse lentamente, molto lentamente verso il cancello. Tanh lo osservò
con attenzione. Non l’aveva mai visto camminare in quel modo, con quella
compostezza e quella nobiltà. ‘Qualcosa di meraviglioso è accaduto a Doan’,
disse tra sé. Per un attimo dimenticò la meravigliosa intuizione che aveva
avuto anche lui durante la notte.
I due uomini si guardarono profondamente, vedendo nell’altro l’intero
universo e tutta l’eternità. In quel momento esprimevano tutto il loro amore
e la gratitudine per un bambino di otto anni che in un ospedale lottava contro
la morte. Thi aveva scagliato una freccia che aveva fatto due centri.
Webmaster: Dario Chioli