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Thich Nhat Hanh

Imparo dalle storie. Il bambù della luna.

Titolo originale: The Moon Bamboo (Parallax Press, Berkeley, CA, 1989).

Prefazione di Mobi Ho.

Trad. it. Gianpaolo Fiorentini.

Illustrazioni di Paola Minelli.

Libreria Editrice Psiche, Torino, 1998.

Pp. 152, 10,33 euro.

ISBN 88-85142-46-X

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Indice

 

Prefazione
Il Ragazzo di Pietra
Il Pesce Rosa solitario
Il bambù della luna
Fiori di peonia

 


 

FIORI DI PEONIA
 

Tanh suonò il campanello attendendo che suo nipote Thi venisse ad accoglierlo al cancello. Thi era un esile bambino di otto anni, i cui grandi occhi neri rivelavano il suo amore per lo zio. Ogni sabato prendeva con decisione lo zio per mano e lo portava in giardino, dove facevano una lunga passeggiata all’ombra degli alberi. Thi faceva domande su qualunque argomento immaginabile.
La famiglia di Thi viveva in una villa circondata da due ettari di parco. Erano fortunati, perché non era facile trovare posti altrettanti belli a Montpellier, una città industriale nel sud della Francia. Doan, il padre di Thi, lavorava in un istituto di ricerche e insegnava fisica all’università di Montpellier.
Quel sabato fu Tuyet, la madre di Thi, che accolse Tanh al cancello. “Il tuo nipotino si è ammalato ed è a letto da ieri”, lo informò con una vena d’ansia nella voce.
Fratello e sorella s’incamminarono verso la casa lungo il sentiero di ghiaia bianca. Entrarono nella stanza di Thi. Il bambino aveva gli occhi chiusi. “Dorme”, disse Tuyet. “Altrimenti avrebbe aperto gli occhi e sorriso al suo caro zio”. Posò la mano sulla fronte del figlio, aggiustò la coperta perché gli coprisse bene il petto e disse a Tanh: “Finalmente riposa. Passiamo nel soggiorno”.
Qui gli espose la malattia del nipote. Il giorno prima, Thi si era lamentato di un mal di testa. Tuyet gli aveva dato un’aspirina ricoperta da una glassa di zucchero e l’aveva costretto a bere un bicchiere di latte. A pranzo non aveva mangiato niente, e poiché era salita la febbre aveva chiamato il dottor Peltier. Il dottore arrivò alle tre e diagnosticò una banale influenza. Prescrisse solo dell’aspirina. Alle sei, Thi sembrava stare già meglio e aveva preso qualche cucchiaio di minestra. Ma alle nove la sua fronte scottava come un tizzone. Gli misurarono la temperatura: aveva trentanove e mezzo. Spaventata, Tuyet aveva telefonato di nuovo al dottor Peltier che era tornato e l’aveva assicurata che non si trattava di niente di grave. “Lasciamolo dormire tutta la notte” disse, “e domani starà meglio”. Disse che il giorno dopo sarebbe ritornato a vederlo. Ma Thi non chiuse occhio per tutta la notte, e neppure sua madre. Avrebbe voluto chiamare di nuovo il medico, ma temendo di sembrare troppo insistente decise di aspettare. ‘Verrà domani’, cercava di consolarsi. Finalmente, poco prima che Tanh suonasse, Thi si era addormentato.
Tanh ascoltò la sorella con attenzione e commentò: “Sono sicuro che non è niente. Un’influenza o qualcosa del genere. Non c’è da preoccuparsi”. Poi le chiese se aveva notizie della famiglia e degli amici in Vietnam.
Mezz’ora dopo, mentre stavano ancora chiacchierando, il padre del bambino, Doan, uscì dal suo studio. Venne ad abbracciare Tanh e gli disse: “Spero che tu rimanga a pranzo. Ho un impegno all’università nel primo pomeriggio, e tua sorella è preoccupata per il suo piccolo furfante. Sarei più tranquillo se ti sapessi qui”. Tanh acconsentì e Doan si preparò per uscire.
“Sono proprio contenta che ti fermi”, lo ringraziò Tuyet. “Vado a preparare qualcosa”.
“Fai con calma, non ho fretta. Sono in giardino”.
Il parco della villa era grande e ben tenuto. Maggio era agli inizi, e le foglie erano giovani e verdi. Il più ricco di fogliame era il tiglio. ‘Tra due settimane’ pensò Tanh, ‘potrò raccogliere i primi fiori per la tisana’. Gli piaceva molto la tisana di tiglio. Lo rinfrescava e lo corroborava dopo le lunghe ore passate a dipingere. ‘Che buffo’, pensò ancora. ‘I cinesi chiamano il tiglio albero della bodhi e i suoi fiori, fiori della bodhi, fiori del risveglio’. Camminò fino allo steccato di legno oltre il grande ippocastano. I rami ricurvi carichi di boccioli gli ricordarono i candelieri dei templi buddhisti.
Se fosse stato con lui, Thi l’avrebbe sommerso di domande, a molte delle quali non avrebbe saputo rispondere. Una volta aveva indicato una macchia sul tronco dell’ippocastano e gli aveva chiesto che colore fosse. Era una macchia di muschio, di una tonalità tra il verde chiaro e l’indaco, ma certamente non azzurro. Tanh non sapeva definire quel colore e aveva risposto: “Quel colore è esattamente quel colore”. Thi aveva capito ed era sembrato soddisfatto.
Tanh si sentiva molto in sintonia con Thi. Aveva spesso usato quel colore nei suoi quadri. Lo conosceva tanto bene che non aveva bisogno di dargli un nome. In Vietnam i nomi non sono così importanti. Quando si incontra qualcuno e gli si sorride o lo si prende per mano, è sufficiente. È più importante ricordare la persona che il suo nome o la posizione sociale.
Tanh ricordava con piacere un altro fatto che l’aveva avvicinato molto al nipotino. Tuyet gli aveva dato una pesca e Thi, invece di mangiarla, si era messo a studiarla e l’aveva appoggiata alla guancia. La mamma gli aveva detto: “Lo zio Tanh ci ha portato tantissime pesche. Mangia questa, e poi ne avrai un’altra”. Ma Thi aveva scosso la testa per dire che non ne voleva un’altra, voleva quella.
Quando in seguito ne avevano riparlato, Thi aveva detto: “Quando ho guardato quella pesca ho capito che era un miracolo. Quanti mesi deve avere impiegato sua madre, l’albero, per crearla! Quanti fratelli e sorelle avrà avuto! Tenendola contro la guancia sentivo la sua amicizia”. Thi aveva trattato quel frutto come una cosa degna della massima attenzione e non solo come qualcosa da ingerire. Quando finì di masticare anche l’ultimo boccone, lo zio l’aveva stuzzicato dicendogli: “Ecco dov’è andato a finire il tuo ‘amico’”. Vedendo lo zio ridere, anche Thi aveva riso.
Il calore che si era instaurato tra zio e nipote era molto più raro nel rapporto tra Thi e suo padre. Doan era immerso nell’insegnamento e nel lavoro di ricerca, e raramente aveva il tempo di fare una passeggiata con il figlio. Era un uomo gentile e premuroso, ma la passione per la fisica lo assorbiva totalmente. Con la mente immersa nei fattori matematici, era a mondi di distanza dagli occhi curiosi del figlio. Poteva spiegare in termini matematici le leggi che governano i coefficienti di curvatura della luce, ma non capiva le curiosità molto più semplici di Thi.
Ora, Thi era malato e Tanh sedette da solo sotto l’ippocastano. Pensava alla frattura tra il mondo delle particelle di Doan e il mondo delle sensazioni di Thi. Tanh capiva l’amore di Doan per la fisica. Da artista, sapeva che tanto l’arte che la scienza possono assorbire così completamente da far dimenticare i normali aspetti della vita quotidiana. Anche se non poteva comunicare con il cognato nello stesso linguaggio, capiva che il mondo delle particelle poteva essere più reale per Doan di quanto il mondo dei sensi fosse per Thi e per lui stesso.
Una volta, prendendo il caffè assieme, Tanh l’aveva stuzzicato: “Forse il tuo mondo di particelle subatomiche è solo un mondo di fantasmi”.
Doan aveva riso: “Sì, a volte lo penso anch’io. Ma sono fantasmi reali, per questo dedico tanto tempo a cercare di vederli. Come sai, le particelle non occupano una posizione precisa nel tempo e nello spazio. Appena ci avviciniamo, scappano. Quelli che pensiamo essere i caratteri di solidità e di permanenza delle cose, nel mondo subatomico non esistono più”.
“Allora, nel mondo subatomico è molto più facile dimostrare l’impermanenza e l’interconnessione di tutte le cose che non nella normale esperienza quotidiana”, commentò Tanh.
Doan assentì. “Naturalmente. Nel mondo dei sensi, una tazzina di caffè è una tazzina di caffè. Non può essere contemporaneamente una tazzina di caffè e un bicchiere di vino. Tanh è Tanh, e non puoi essere contemporaneamente Tanh e Doan. Nel mondo subatomico, invece, le particelle possono essere particelle o onde. Ma lo sono nello stesso momento? È un problema che procura dei gran mal di testa ai fisici”.
“E avete rinunciato a risolverlo?”.
“No. Pensiamo alle particelle come se fossero contemporaneamente una cosa sola e due cose. Gli americani hanno coniato il termine wavicle, che vuol dire onda-particella. Sappiamo che non possiamo usare le esperienze della normale vita quotidiana per descrivere quello che accade nel mondo subatomico. Dopotutto, come si potrebbe affermare che un elettrone è solido e permanente, dato che è solo movimento? Come potremmo parlare di una ‘traiettoria’ di ciò che non è altro che un moto? Un elettrone non è riconoscibile come invece un oggetto che appartiene all’esperienza ordinaria. Non ha un’identità. È possibile stabilire la differenza tra Tanh e Doan (ad esempio, abbiamo dati diversi sulla carta d’identità), ma non possiamo distinguere un elettrone da un altro”.
Mentre Doan continuava a spiegare come le particelle subatomiche non abbiano un’identità separata, Tanh ricordò di aver letto che non obbediscono neppure alla legge di causa ed effetto, né alle leggi statistiche. Simpatizzava con gli scienziati costretti a mettere in dubbio tutto ciò che diamo per scontato sulla vita. Forse, alla fine, si sarebbero persino sbarazzati dei metodi scientifici! E con che tipo di mente si poteva entrare nel mondo delle particelle?”.
Tanh amava molto parlare con il cognato, intelligente e di mente straordinariamente aperta. A volte stavano alzati fino a notte fonda a discutere di scienza, arte e filosofia buddhista.
 

Tuyet venne a chiamare il fratello sotto l’ippocastano. “Thi si è svegliato e vuole vederti”, disse. “È migliorato. Puoi stare un po’ con lui mentre finisco di preparare il pranzo? Naturalmente, sei invitato anche a cena”.
“Grazie, accetto con gioia” ripose Tanh, e s’incamminarono verso la casa.
Appena lo vide, Thi stese le braccia verso lo zio. “Poiché eri ammalato, sono stato costretto a passeggiare in giardino da solo”, celiò lo zio abbracciandolo.
Gli occhi del bambino scintillarono all’idea della passeggiata nel parco. “La settimana prossima verrò con te. I timidi boccioli di peonia sono diventati fiori meravigliosi, li hai visti?”.
“No, sono arrivato solo fino all’ippocastano. Aspetterò che mi porti a vederli tu. Sai che le peonie si chiamano maudon in vietnamita?”.
Il francese di Thi era molto migliore del suo vietnamita. Spesso Tanh gli parlava in francese, come fossero due compagni, ma per lui era un punto d’onore che il nipote non dimenticasse la lingua del suo paese d’origine. Tanh era molto paziente, e Tuyet era sempre felice di sentirli parlare nella loro lingua madre. Tanh aveva sempre l’impressione che, quando parlava francese, Thi non fosse lo stesso bambino di quando parlava vietnamita. Era come se avesse due anime, una per ogni lingua. Facendo quella riflessione aveva sorriso tra sé, ricordando la spiegazione di Doan sulla duplice natura delle particelle.
Dopo aver chiacchierato un po’ con il nipote, Tanh lo lasciò ed entrò in cucina. Tuyet gli chiese notizie del suo lavoro. “Sono mesi che non dipingo”, rispose. “Dentro di me sta maturando un grosso cambiamento. Lo sto osservando con attenzione, ma senza interferire”.
A volte, Tuyet era preoccupata per la sopravvivenza del fratello. Sapeva che era un vero artista e che non avrebbe mai dipinto solo per guadagno. Tanh sosteneva che a un pittore bastavano poche linee, poche forme e pochi colori per creare un quadro, come a un poeta bastano poche parole per scrivere una splendida poesia. Sapeva che cosa voleva esprimere nella sua pittura, e lo esprimeva con semplicità.
Ma c’erano anche lunghi periodi in cui non toccava il pennello, perché sentiva che il seme che stava maturando dentro di lui non era ancora pronto. Sapeva che il vero lavoro dell’artista inizia sempre dalla consapevolezza del tumulto interiore, e che occorre osservarlo con grande sollecitudine e partecipazione. Solo dopo essersi trasformati ed essere giunti a maturazione, i moti interiori potevano diventare un dipinto. Allora bastava prendere il pennello, e la forma e lo stile venivano da sé. Il gusto del colore e l’abilità della mano erano secondari rispetto al sapersi fermare, osservare e calarsi nella vita stessa. Per Tanh, la pittura significava nutrire la propria vita interiore e prestare attenzione ai più piccoli cambiamenti, più che nell’acquisire una certa tecnica o uno stile originale.
Non aveva mai considerato i periodi di inattività come uno spreco di tempo. Se non aveva quadri da vendere, imbiancava le pareti degli appartamenti. Tante volte aveva detto a Tuyet: “Non preoccuparti. Se rimarrò al verde, potrò sempre chiederti una ciotola di riso”. E Tuyet rispondeva: “Non chiedo di meglio che tu venga a mangiare da noi tutti i giorni! Thi ne sarebbe felicissimo. Anzi, perché non vieni a abitare qui? Con tutte le stanze che abbiamo! Potremmo trasformare lo scantinato nel tuo studio. Perché pagare un affitto quando qui staresti benissimo?”.
Tanh guardò la sorella sorridendo: “La casa che ho mi piace, ci sono abituato, l’affitto è ragionevole, e andare avanti e indietro mi piace”.
“Sei un testone, fratello! Non voglio insistere, perché so che tieni alla tua intimità” disse anche questa volta Tuyet, e servì il pranzo.
 

* * *
 

Tanh si svegliò di soprassalto alle due del mattino. Aveva fatto uno strano sogno e la sua fronte era madida di sudore. Lo asciugò, poi si stese sulla schiena, con le braccia e le gambe scostate dal corpo, e iniziò a respirare in modo profondo e regolare per ristabilire l’equilibrio del corpo e della mente.
Aveva sognato di camminare, tenendo per mano il nipote, in una foresta di grandi alberi e fiori meravigliosi. Stavano raccogliendo rami e delle foglie per costruire un piccolo palazzo, quando il cielo si oscurò tanto che non riuscivano più a vedersi in faccia. Aveva lanciato un grido per chiamare Thi, ma non c’era stata risposta. Lo cercava a tentoni nel buio, ma anche gli alberi e i cespugli sembravano svaniti. Cercò di sentire la terra, che si liquefece facendolo barcollare. Cadde in una sostanza liquida, e lottando per uscirne urtò qualcosa: era il braccio di Thi. Assieme cercarono di mantenersi a galla e di uscire da quella sostanza vischiosa. Finalmente raggiunsero un albero e vi salirono sopra. Cominciava ad albeggiare, e videro che la foresta era scomparsa.
Tanh lo prese per mano e corsero attraverso ampi spazi irti di rocce aguzze, chiazze d’erba secca e macchie di tronchi bruciati e anneriti. Una tempesta si addensava nel cielo. Una folla inferocita li inseguiva urlando. Tanh cercava un rifugio, ma attorno a loro solo vuoto e desolazione. Capirono che era inutile continuare a correre e si fermarono per affrontare gli inseguitori. Ma anche le grida cessarono e la tempesta si arrestò.
A quel punto, si era svegliato. Continuò a concentrarsi sul respiro profondo e regolare, in attesa di un’idea che lo aiutasse a comprendere il sogno. Non voleva razionalizzarlo, perché sapeva che un’intuizione gli avrebbe comunicato un senso molto più profondo. Passò molto tempo senza nessuna intuizione, ma la respirazione profonda e regolare l’aveva calmato. Si alzò, andò in bagno e aprì la doccia. Il getto d’acqua calda lo rilassò. Dopo qualche minuto chiuse la doccia, si asciugò con cura e indossò degli abiti comodi.
Entrò nello studio, accese un bastoncino d’incenso e sedette a gambe incrociate su una coperta ripiegata sul pavimento. La meditazione seduta era una parte importante del suo lavoro. Come sempre, si concentrò sul respiro. Dopo una ventina di minuti abbandonò la consapevolezza del respiro profondo e lasciò che la mente vagasse a suo piacere, continuando a osservarla come un pastore guarda il gregge che bruca in un prato.
Apparve una serie d’immagini di se stesso nel villaggio in riva al fiume in cui era cresciuto. Era un piccolo villaggio lambito dal fiume Hau Giang, nella provincia di Long Xuyen. Vaste risaie si stendevano rigogliose su entrambe le rive. Da bambino, Tanh correva a piedi nudi con gli amici sugli argini che dividevano le risaie a caccia di lombrichi, pesci, gamberi e grilli. Che cos’era stato dei suoi amici? Alcuni erano morti in guerra, altri erano rinchiusi nei campi di rieducazione, altri ancora erano scomparsi senza lasciare traccia. Que, il suo amico più caro della scuola elementare, era morto nella battaglia di Pleime. ‘Ora il suo corpo è tutt’uno con la terra’, pensò. Tanti ragazzi della generazione successiva alla sua erano stati uccisi da una bomba o da una pallottola. Suo nipote, Thi, era stato più fortunato. I suoi genitori erano vietnamiti, ma lui era nato in Francia. Il suo karma collettivo lo legava ai bambini vietnamiti, ma il karma personale gli aveva riservato un destino diverso, concedendogli dei privilegi che i bambini in Vietnam non potevano neppure immaginare.
Da quando Tanh era arrivato in Francia, ogni volta che vedeva dei bambini giocare pensava ai bambini in Vietnam. Ne aveva tenuti tanti tra le braccia, straziati dai proiettili o dalle schegge di una bomba, e tanti ne aveva sepolti con le sue stesse mani. In qualità di volontario della squadra di soccorso dell’Associazione dei Giovani Buddhisti aveva sfidato più volte la morte per soccorrere dei civili feriti.
Non avrebbe mai dimenticato il corpicino senza vita di una bambina di quattro anni, con il collo spezzato e i capelli imbrattati di sangue. Non aveva avuto il tempo di versare neppure una lacrima per lei, perché altre centinaia di feriti si lamentavano invocando soccorso. Ebbe solo pochi secondi per guardare la bambina, ma furono secondi che non avrebbe mai dimenticato. Si era sentito spezzare dentro. Più grandi erano il dolore e la sofferenza a cui assisteva, e più le radici del suo essere affondavano nella terra del suo paese.
Erano passati quattro anni da quando era salito sull’areo che lo portava a Parigi per il programma di Riunificazione Familiare. Perché aveva lasciato il Vietnam? Non certo per il suo futuro, non per la sua arte, non per desiderio di una vita comoda. Per la libertà, forse? Ma era possibile la libertà individuale per una persona così profondamente radicata nel suo paese? Tanh scosse la testa perplesso, non voleva più pensare a questo argomento.
Il suo amico Que, persino le sue ossa si saranno ormai polverizzate. Tuc, suo fratello maggiore, era ufficiale di collegamento nell’esercito del Vietnam del Sud quando venne dichiarato disperso in un’azione nel 1972. I suoi resti non vennero mai ritrovati. Anche le ossa di Tuc saranno diventate di nuovo terra, sulle montagne lungo il confine con il Laos. Anche le piccole ossa della bambina morta tra le sue braccia sono ritornate alla terra del suo popolo. Tanh ricordava ancora il punto esatto della fossa in cui l’aveva sepolta nel cimitero di Binh Dinh. L’aveva sepolta senza bara e senza servizio religioso. Non conosceva il suo nome, né quello della sua famiglia. Tutto quello che aveva potuto fare, gettando la terra nella fossa, era recitare il nome del Buddha Amida.
I genitori di Tanh erano morti nel crollo della loro casa sotto una bomba a Long Xuyen. Tanh aveva diciannove anni. Qualche anno dopo era tornato al suo vecchio villaggio e si era seduto sul mucchio di mattoni, tegole, intonaco e travi che una volta era la casa dei suoi antenati. Da una fessura nelle macerie era cresciuto un fiorellino selvatico con cinque petali viola, e quella fragile bellezza l’aveva commosso profondamente. Capì che il fiore non sapeva nulla di tutta quella distruzione. Era la vita, in tutta la sua forza e la sua meraviglia, che fioriva in mezzo al caos, all’odio e alla guerra.
Il fiore selvatico gli aveva fatto comprendere gli insegnamenti di Toan, l’anziano scultore che era stato il suo maestro all’istituto d’arte. Quando lavorava con il martello e lo scalpello, o dava forma alla creta con le mani, sembrava un sacerdote intento a celebrare un rito sacro. Era ad un tempo forte e mite, aggraziato e solenne. Non produceva molte opere, ma ogni sua creazione era viva e pulsante.
Una volta aveva portato Tanh alla pagoda di An Quang per fargli vedere un suo lavoro, la statua di Manjushri, il bodhisattva della perfetta saggezza. In seguito, Tanh tornò molte volte alla pagoda per studiare l’opera del maestro. Guardandola, capì che nessuno avrebbe potuto creare una figura di tale bellezza senza avere molto amato e molto sofferto. Davanti a lui stava la rappresentazione di un essere che conosce a fondo l’esistenza. Gli occhi della scultura in legno esprimevano tutta l’ampiezza della gioia e del dolore. Il suo sguardo apriva chi lo guardava, come il sole apre con la sua luce i petali di un fiore. Era uno sguardo che non giudicava e non condannava, ma che comprendeva e rasserenava.
Era lo sguardo della compassione, che si materializzava nel sorriso sul volto di Manjushri. Solo chi aveva conosciuto le profondità del dolore poteva sorridere con quella dolcezza e guardare il mondo con occhi pieni di compassione. La posizione del corpo e delle mani non rimandava a un dio sovrannaturale, ma a un essere umano, a un amico. Quella figura diceva che un uomo o una donna, diventando profondamente umani, possono diventare un buddha. Il bodhisattva sedeva perfettamente immobile, privo di paura e completo in se stesso, presente e non estraneo al mondo.
Nei loro frequenti incontri, il maestro aveva anche insegnato a Tanh a sedere in meditazione. “La meditazione seduta” gli aveva detto, “aiuta l’ispirazione a maturare prima di essere trasformata in opera d’arte”. Toan gli aveva fatto capire lo stretto rapporto tra un artista e la sua terra: “Ogni nazione, ogni popolo attraversa momenti di splendore e momenti di sofferenza. Esprimendo le sue speranze e i suoi dolori, un artista parla a nome del suo popolo, perché i suoi sentimenti riecheggiano quelli del suo popolo”. Tanh non aveva compreso del tutto quelle parole finché non aveva visto il fiore selvatico farsi strada tra le macerie della guerra.
Guardando il nipote, Tanh pensava: “Ecco un bambino nato e cresciuto in un paese senza guerre, amato e accudito dai genitori e dagli altri adulti, con tutti i beni materiali a disposizione”. Poi pensava ai bambini dai corpi straziati dalle pallottole e dalle bombe, ai bambini costretti a vagare, tremanti di freddo e di fame, in un mondo pieno d’odio. Ripensò al sogno appena fatto. Teneva Thi per mano, e correvano e correvano sotto una minacciosa tempesta. Tanh capì che quella corsa esprimeva il suo desiderio di fuggire la morte, la disperazione e l’impermanenza. Gli tornò alla mente la fine del sogno: avendo visto che era impossibile nascondersi si erano fermati, e le urla della folla che li inseguiva erano cessate. Forse il vero nemico era la sua stessa paura, il suo desiderio di un’esistenza indipendente dalle difficili condizioni del mondo? ‘La vita ci mette al mondo e poi ci sotterra’, pensò. ‘Non c’è vita senza morte, né morte senza vita. Accettare totalmente la vita significa accettare entrambi i lati dell’esistenza’. Rivide la bambina morta tra le sue braccia, che gli sorrideva. Che miracolo quel sorriso! Era lo stesso sorriso del nipote. Sì, era Thi che gli stava sorridendo. Quella bambina dilaniata dalla guerra e Thi con tutte le sue comodità erano lo stesso bambino.
Benché la guerra fosse finita da cinque anni, e benché zio e nipote vivessero al sicuro in un paese pacifico e democratico, la realtà vietnamita pulsava in ogni cellula del suo corpo. Il sogno non era un’illusione, era reale al pari di qualunque oggetto attorno a lui. Aveva salito la scaletta, era entrato nell’aereo diretto in Francia, ma non aveva mai lasciato la sua terra. Lui stesso era la sua terra.
Dolcemente, Tanh emerse dalla meditazione. Si alzò e cominciò a camminare lentamente, ponendo attenzione a ogni singolo passo come se volesse imprimere le sue orme sul pavimento, sulla terra stessa.
Quel mattino iniziò a dipingere un ritratto di Thi che teneva un mazzo di peonie in fiore. Lavorò tutto il giorno e a notte fonda dipingeva ancora, fermandosi solo per mangiare un pezzo di pane e un’arancia, e bere un bicchiere d’acqua.
Dormì quattro ore. Si alzò di buon mattino, sedette mezz’ora in meditazione, accese la luce nello studio e riprese a dipingere. Qualcuno suonò più volte il campanello, ma non aprì. Non voleva vedere nessuno né parlare a nessuno mentre dipingeva il ritratto di Thi. Lavorò fino a mezzogiorno di giovedì, quando ritenne il quadro finito. Forse ancora una pennellata qui e un piccolo cambiamento là, ma non di più. Puntò la lampada sulla tela e sedette a contemplare il suo lavoro. Il sorriso di Thi era limpido e luminoso come le peonie che teneva in mano. Era lo stesso sorriso della bambina che gli era apparso durante la meditazione seduta. Aveva dipinto il nipote nel tradizionale abito vietnamita, lo stesso che indossava la bambina. ‘È ritornata’, pensò. ‘Adesso vive in Thi e in tutti i bambini che calpestano ancora il suolo della nostra patria’.
 

Bambini che camminate verso il futuro, portate con voi le migliaia di piccole vite che sono state spezzate. E che noi adulti, che siamo stati accecati dall’odio e dall’ambizione, possiamo camminarvi accanto e lasciare che ci superiate. Il piccolo Thi non morirà mai. In lui vive il passato, e attraverso di lui tutti i bambini, vivi e morti, andranno avanti e costruiranno il futuro.
 

Spense la luce, chiuse la porta dello studio e scese le scale che conducevano al piano terreno. Era in pace. Voleva uscire a mangiare qualcosa, tornare per un breve riposo e dare gli ultimi tocchi al dipinto. Passando davanti alla cassetta delle lettere, vide un telegramma. Era di sua sorella: “Ho bisogno di te. Vieni subito. Tuyet”. Tanh si precipitò alla fermata dell’autobus.
 

* * *
 

Il giorno prima, la temperatura di Thi era salita oltre i 40. Vomitava, la testa gli faceva male e non smetteva di urlare per il dolore mentre si teneva la testa tra le mani. Il suo pianto spezzava il cuore. Tuyet tentava disperatamente di calmarlo, mentre Doan chiamava il dottor Peltier. Il dottore consigliò di portare immediatamente Thi all’ospedale infantile, e lui li avrebbe raggiunti lì. Quando arrivarono all’ospedale, Thi aveva quasi perso coscienza.
Lo sottoposero a tutti i test, e la diagnosi fu un tumore al cervello e un attacco di meningite. Era in pericolo di vita. I medici decisero di operarlo immediatamente per asportare il tumore. I preparativi per l’operazione durarono tre ore. Thi venne portato in camera operatoria e steso a faccia in giù su un lettino speciale.
Tuyet e Doan aspettavano in una stanza accanto alla camera operatoria. Il tempo si era fermato. Tuyet recitava mentalmente il nome della bodhisattva Kwan Yin, invocandone la compassione. Ma Doan non riusciva a pregare. Il suo cuore era in tumulto. Più pensava alle diagnosi sbagliate del dottor Peltier, più cresceva la sua rabbia. Per tre volte il medico aveva sottovalutato la gravità delle condizioni di Thi!
L’operazione si protrasse fino a sera, e Thi era ancora sotto l’effetto dell’anestesia. Il chirurgo li informò che l’intervento era riuscito, ma le condizioni del bambino rimanevano critiche. Avrebbero iniziato un massiccio trattamento a base di antibiotici e cortisone, e Thi avrebbe dovuto svegliarsi di lì a sei ore.
Il regolamento dell’ospedale consentiva a un solo familiare di rimanere, e Doan lasciò il posto a Tuyet. Le disse di telefonare immediatamente non appena ci fosse qualche cambiamento, e per il resto di riposare. Nel lasciarsi, Tuyet gli chiese di pregare con tutte le sue forze e di informare suo fratello.
 

Doan non riuscì a prendere cibo. Bevve un bicchiere di latte e sedette accanto al telefono in attesa della chiamata. Ma non riusciva a star fermo, era come stare seduto sui tizzoni. Balzò in piedi e si mise a camminare dal soggiorno alla cucina, dalla cucina al soggiorno, allo studio, alla stanza di Thi, dalla stanza di Thi alla sua, e dalla sua a quella di Tuyet. Ma un fuoco lo divorava. Tornò nel soggiorno. Sedette nella sua poltrona preferita, ma resse pochi minuti. Balzò di nuovo in piedi e riprese a camminare. La sua vecchia poltrona preferita era avvolta nelle fiamme.
Alle otto non aveva ancora ricevuto nessuna chiamata, il che significava che Thi non aveva ripreso conoscenza. Entrò in panico. Voleva mantenersi calmo, ma non riusciva. Sapeva che in quel momento sua moglie stava pregando, e desiderò poter avere anche lui la pura e semplice fede della moglie. Ma non riusciva a indursi a credere che invocare il nome del Buddha avrebbe aiutato suo figlio. Tuyet aveva cercato tante volte di convincerlo a pregare con lei, ma lui non era mai riuscito. Finché il bambino non fosse dichiarato fuori pericolo, non sarebbe riuscito a riposare un solo momento.
Il pendolo batté la mezzanotte. Doan indossò il pigiama e si mise a letto, sperando di cadere immediatamente nel sonno. Ma non poté neppure chiudere gli occhi. Allora, e solo allora, riuscì a guardare in faccia il suo dolore. Davanti ai suoi occhi si formò l’immagine di Thi. Tremò al pensiero della mortalità del figlio. Si girò e rigirò alla ricerca di una posizione che favorisse il sonno, ma senza esito. Anche il letto bruciava. Era come se lui, Tuyet e Thi, e tutta la casa, fossero in balia delle onde dell’oceano e rischiassero di capovolgersi da un momento all’altro. Per la prima volta comprese quanto la sua vita fosse legata a quella di Thi. Vide che, se Thi moriva, lui non sarebbe stato più lo stesso. Sarebbe morto anche lui. Thi era molto più di suo figlio: era lui stesso.
Per anni aveva pensato che fornire al figlio sicurezza e beni materiali era tutto il suo dovere. Era come un giardiniere che, dopo aver messo a dimora una piantina, averle dato un suolo ricco e averla riparata dal vento, lasciasse che se la cavasse da sé. Di colpo capì che Thi non era affatto una pianta. Thi era anche il cuore del suo giardiniere: se la pianta moriva, moriva anche il giardiniere.
Eppure vivevano in una terra solida e sicura, non su una barca sballottata dalle onde. La Francia era una nazione in pace. Montpellier offriva a lui e a suo figlio tutte le opportunità. Thi riceveva amore e attenzione dalla famiglia, dalla scuola e dalla società in cui viveva.
Doan conosceva i pericoli a cui andavano incontro i profughi che fuggivano dal Vietnam per via mare: la fame, la sete, le tempeste e i pirati. Una statistica aveva rivelato che i sopravvissuti tra i profughi non arrivavano al cinquanta per cento. Pensò ai senzatetto, a chi aveva perso tutto, alle vittime della guerra e li confrontò con se stesso. Lui aveva una casa, una villa circondata da alberi e fiori, un luogo pieno d’amore e di sicurezza. Ma in quel momento anche lui era in balia delle onde. Tranquillità e sicurezza erano svanite di colpo, e il suo futuro era incerto esattamente come quello dei boat people.
Ma ciò gli aveva consentito di fare una scoperta fondamentale: Thi non era solo suo figlio, era lui stesso. Se Thi moriva, anche Doan moriva. O, se non fosse fisicamente morto, sarebbe diventato l’ombra di se stesso. Che scoperta sconvolgente! Come poteva dormire dopo una tale scoperta? Si sentiva come se l’avesse trafitto una freccia. Lo shock, l’angoscia e la realtà della scoperta erano tali che non poteva stare con gli occhi chiusi. Abbandonò l’idea di dormire e andò in cucina per preparare un caffè molto forte.
Capiva di essere arrivato a una verità mai toccata prima. La sua lotta per la sopravvivenza era altrettanto disperata di quella dei profughi vietnamiti nelle loro fragili imbarcazioni. Se non trovava un modo per vincere il suo tormento e la sua paura, sarebbe annegato anche lui. Tuyet non aveva ancora telefonato. Se avesse chiamato, pensò, sarebbe stato solo per dirgli che Thi non aveva ancora ripreso conoscenza. Poche ore prima attendeva con ansia lo squillo del telefono, ma ora ne aveva paura. Doveva rimanere saldo, perché la tempesta che si stava profilando poteva trascinarli tutti sul fondo dell’oceano. La notte era solo a metà, e a Doan sembrava che i capelli gli fossero diventati bianchi di colpo. Doveva lottare, ma con che armi? Tuyet aveva la preghiera, perché aveva fede nel Buddha. Suo fratello, Tanh, sapeva sedere e meditare in silenzio. Doan non aveva né la fede né la capacità di meditare. Aveva la scienza, ma come usare la scienza in un momento come quello, un momento di paura e incertezza tanto forti da mandarlo in frantumi?
Erano le due e mezzo del mattino. Doan aveva camminato nervosamente da una stanza all’altra, si era rigirato nel letto, si era seduto e rialzato centinaia di volte. Aveva provato ad aprire giornali e libri, ma non riusciva ad andare al di là della prima riga. Si chiese chi avrebbe voluto avere vicino per condividere la sua angoscia. Passò in rassegna tutti gli amici, ma nessuno era la persona giusta. Nessuno avrebbe potuto condividere la sua solitaria disperazione. Era meglio affrontare la paura da solo che parlarne a chi non poteva viverla con lui. Poi pensò a Tanh. Forse si sarebbe sentito meno solo se Tanh fosse stato con lui, anche in silenzio. Sapeva che Tanh amava il bambino come lo amavano lui e Tuyet.
Se solo Tanh avesse avuto il telefono! Inoltre era uno spirito libero, e forse non era neppure in casa. Improvvisamente ricordò di non avergli trasmesso il messaggio, come gli aveva chiesto Tuyet. Prese il telefono, compose un numero e dettò un telegramma a firma di Tuyet in cui chiedeva a Tanh di venire immediatamente. Posò il telefono, accese tutte le luci in soggiorno e sedette di nuovo nella sua poltrona. Il telegramma non sarebbe stato recapitato prima delle otte del mattino, e quindi Tanh non sarebbe arrivato prima delle dieci. Le condizioni di Thi sarebbero state un colpo per lo zio, ma Doan era sicuro che non sarebbe entrato in panico come invece stava facendo lui.
Il pendolo batté tre colpi. Le tre del mattino. Il telefono continuava a tacere e ciò significava che Thi era ancora incosciente, che la sua vita era sospesa a un filo. Un bambino piccolo e fragile come Thi, come poteva sopravvivere a un tumore e a un attacco di meningite? Se avesse avuto il dottor Peltier tra le mani, non gli avrebbe risparmiato quello che pensava.
Doan sapeva che le condizioni di Thi sfidavano le migliori conoscenze mediche. Lo scorso gennaio un suo amico, Binh, era morto all’ospedale Lariboisière di Parigi dopo un intervento al cervello che tecnicamente era riuscito. ‘La fiducia nella scienza va bene’ pensò, ‘ma bisogna anche aver fiducia nei miracoli’. Sapeva che, in quel momento, sua moglie stava invocando il nome dei bodhisattva della compassione e della guarigione per ottenere un miracolo. Desiderò ardentemente di avere la fede anche lui, ma il suo interesse per il Buddhismo era molto più occasionale della profonda fede di Tuyet e della meditazione di Tanh.
Doan era così teso che gli sembrava che il cervello stesse per esplodergli. Guardò il telefono e provò il forte stimolo a chiamare, ma sapeva che non sarebbe servito a niente. Se Thi riprendeva coscienza, Tuyet si sarebbe precipitata a telefonargli. Erano le quattro. Si stese sul letto, immobile come un cadavere. Si rialzò, inghiottì due aspirine assieme a un bicchiere d’acqua fresca e si stese di nuovo, sperando che l’aspirina lo calmasse. Mezz’ora più tardi, aveva la testa in fiamme. Provò a massaggiarla, ma abbandonò immediatamente il tentativo. Aprì l’armadietto dei medicinali e prese due pastiglie di un potente sonnifero. Le inghiottì, spense tutte le luci e si gettò sul letto.
Erano passate le cinque quando sprofondò in un sonno artificiale. Entrò in una serie di incubi. Nell’ultimo, tutta la famiglia era in una barca sbattuta da onde gigantesche. Un’ultima ondata, alta come una montagna, li travolse. Si svegliò urlando, in un bagno di sudore. L’orologio segnava le otto e venti. Aveva dormito tre ore, ma si sentiva più stremato di prima e la tensione non si era allentata. Più cercava di sconfiggere la paura, più la paura si vendicava sul suo organismo.
Il telefono squillò. Il cuore di Doan ebbe un sussulto. Corse all’apparecchio, sì, era Tuyet, no, Thi non aveva ripreso coscienza. La voce di Tuyet era gonfia di pianto. Doan le disse di avere mandato il telegramma a Danh, e sperava che arrivasse per le dieci. Tuyet gli chiese di aspettare l’arrivo del fratello e di venire assieme in ospedale. Promise di chiamare non appena fosse intervenuto il minimo cambiamento.
Posando la cornetta, Doan si rese conto che le condizioni del figlio erano molto più gravi di quanto temesse. Dopo la telefonata della moglie, la sua angoscia si fece ancora più devastante. Fino a quando avrebbero aspettato un segno di miglioramento? Fino a quella sera, a domani, a dopodomani? E lui sarebbe sopravvissuto a un altro giorno di quella prova?
Doan si era immobilizzato nella sua poltrona. In quello stesso momento, suo figlio lottava per non morire. Più e più volte si ripeté un’unica frase: “Devi farcela, bambino mio, devi farcela”. Thi doveva lottare, e anche lui stava lottando. Ma non aveva la fede della moglie né la pratica meditativa del cognato, e non poteva prenderle a prestito da loro. Aveva una pratica che potesse chiamare sua? Pensò alla sua vocazione, al suo amore per la fisica e la matematica. C’era qualcosa, in tutti quegli anni di ricerca, in grado di aiutarlo in quel frangente?
Appena si pose la domanda, sentì il bisogno di andare a sedersi alla scrivania dello studio. Prima si sciacquò il viso, indossò una camicia pulita, e quando finalmente entrò nello studio si sentì immediatamente più calmo. Una piacevole sensazione lo avvolse mentre entrava nel mondo che gli era fisicamente e mentalmente familiare. Si sentì come una lumaca protetta dal guscio o come un ragno che riguadagnava il centro della tela faticosamente tessuta. ‘Mi sto rifugiando nella mia torre d’avorio?’, chiese a se stesso. ‘Sarà una torre sufficientemente robusta per proteggermi da questa tortura?’.
‘La notte scorsa è durata un’eternità’, rifletté. ‘Tempo, tempo. Il mio tempo, il tempo di Thi, il tempo degli elettroni e dei mesoni. Il tempo del mondo subatomico è indipendente dal tempo della mente umana?’. Più di una volta aveva discusso con Tanh il problema del tempo. Avevano esaminato le modificazioni temporali nella teoria della relatività di Einstein, e Tanh aveva osservato che il tempo, lo spazio e quelli che definiamo fenomeni fisici sono in stretta relazione con la percezione umana. Aveva detto che solo nella mente i fenomeni acquistano la forma e le proprietà che assegniamo loro.
Doan era d’accordo quasi in tutto. Le recenti scoperte della fisica delle particelle avevano scosso dalle fondamenta l’edificio della fisica classica, e il mondo aristotelico aveva perso la sua credibilità. La scienza non era riuscita a trovare un’entità dotata di un’esistenza a se stante e separata. L’osservazione del mondo subatomico non aveva portato alla scoperta di entità, ma solo delle reazioni di ciò che a volte si comporta come onda e a volte come particella. Il mattone fondamentale della materia non era stato trovato.
Doan sapeva che lo spazio, il tempo e la materia non sono osservabili indipendentemente gli uni dagli altri. Si suppone che esista una linea che divide il passato dal futuro e che viene chiamata presente, ma i suoi studi sulla relatività gli avevano insegnato che la durata del presente varia a seconda della distanza spaziale tra l’osservatore e il fenomeno osservato. Il presente può ridursi a un attimo o essere misurato in anni e persino in milioni di anni. La stella cadente osservata dalla Terra, da un altro punto d’osservazione nell’universo può non essere caduta affatto o essere caduta milioni di anni fa. Il presente non è un parametro universale, e può espandersi verso il passato e verso il futuro.
Dalla meccanica quantistica aveva imparato il principio di indeterminazione che impedisce di stabilire la posizione esatta di un elettrone. È impossibile stabilire in termini soddisfacenti i moti e le reazioni delle particelle subatomiche con formule matematiche. Nel mondo subatomico, tempo e spazio diventano qualcosa di impreciso, tanto che non si può più affermare che cosa sia passato e che cosa sia futuro. Alcune ‘entità’ subatomiche sembrano scorrere in direzione contraria al tempo, addirittura in direzione contraria alla legge di causa ed effetto.
Doan aveva la sensazione di passare da un sogno a un altro. Thi faceva parte di questo mondo da otto anni, e non gli era mai sembrato così reale come ora, alle soglie della morte. Vedendo con maggiore chiarezza il figlio, Doan vedeva più chiaramente anche se stesso. Le sue illusioni di sicurezza e separatezza erano svanite, la vita si rivelava fragile ed evanescente come un filo di fumo. Il passato sembrava un sogno. E il presente, carico di ansia e paura, non poteva essere anch’esso un sogno?
Doan divenne consapevole di un nuovo struggimento interiore, sentiva il desiderio di svegliarsi da questo mondo illusorio per accedere al mondo della realtà. Avvertiva il tempo e lo spazio come una rete che lo intrappolava. La gravità delle condizioni di Thi, causa di un’ansia insopportabile, si stava trasformando nella porta sulla liberazione per suo padre. Attraverso la prova della malattia del figlio, Doan era giunto a capire che il mondo della ricerca scientifica aveva altrettanto valore del mondo delle occupazioni quotidiane.
Per Doan, fatti che la maggioranza delle persone dava per scontati erano profonde verità da contemplare. Se guardava il sole calare dietro le montagne e sentiva i raggi accarezzargli ancora la faccia, sapeva che in realtà era tramontato già da otto minuti. Il sole che vediamo non è mai il sole del momento reale. Se contemplava la stella che il poeta ‘strappa al firmamento per fermare la chioma dell’amata’, sapeva che forse era già esplosa da milioni di anni. Suo figlio era nato nel 1972, ma ‘questo evento, considerato da differenti punti d’osservazione nell’universo, ha significati altrettanto diversi’, pensava. ‘Da un certo punto d’osservazione, Thi non è ancora nato; da altri, vivrà e parlerà e riderà migliaia di anni a partire da adesso’. Contemplando questi fatti, Doan capì che viviamo una vita basata su percezioni illusorie che ci causano sofferenze e paure indicibili.
Ora capiva le implicazioni pratiche della doppia natura delle onde-particelle. Ciò che vediamo, udiamo e tocchiamo ogni giorno non è molto diverso da un fantasma. Alla luce della scienza, la generale presunzione della solidità delle cose si rivela completamente erronea. Capì di colpo che l’ansia per la possibile morte di suo figlio si fondava su quel modo illusorio di percepire. Fu un’intuizione che attraversò la sua mente come un lampo.
Continuava a essere conscio della gravità delle condizioni del figlio, ma non era più in preda al panico. La notte precedente, il suo stato mentale era stato troppo agitato per poterlo placare o addormentarlo con mezzi chimici. Poi, davanti alla necessità estrema, le sue conoscenze della fisica erano venute a offrirgli una profondissima intuizione sulla natura dell’esistenza. La ricerca scientifica si era rivelata il suo guscio protettivo, il centro della ragnatela.
Continuava a sedere alla scrivania, immobile e silenzioso come un sacerdote taoista. Se qualcuno gli avesse chiesto: “Qual è il tuo desiderio più profondo in questo momento?”, avrebbe risposto: “Raggiungere il totale risveglio”. Non voleva ritornare nel sogno di un figlio in perfetta salute e di se stesso impegnato nella ricerca e nell’insegnamento. Anche se bello era pur sempre un sogno, e Doan sapeva che anche i sogni più belli sono seguiti da incubi come quello che aveva appena attraversato.
Istintivamente raddrizzò la schiena. Cominciò a respirare in modo profondo e tranquillo. Pensieri di nascita e morte passavano attraverso di lui. Sapeva che l’homo sapiens deriva da una creatura monocellulare, e sorrise pensando alla continuità della vita dall’ameba a lui stesso. ‘L’evoluzione è nascita e morte, ma anche non-nascita e non-morte. L’ameba non è mai morta, e neppure io. Quando sono nato? Non esistevo forse prima della prima ameba, nelle condizioni che resero possibile la prima ameba? E se da quel momento in poi non sono mai morto, come posso morire adesso?’. Una volta, Tanh gli aveva detto: “Nascita e morte sono stelle nei tuoi occhi”, ma Doan non aveva capito.
Ricordò la legge enunciata dal chimico francese Lavoisier: niente si crea e niente si distrugge. Pensò che la legge di Lavoisier, formulata per essere applicata alla materia inorganica e all’energia, poteva applicarsi altrettanto bene alla materia organica. Tutte le creature dotate di vita sono al di là di nascita e morte. La vita di Doan, così come la vita di Thi, continuerà senza interrompersi mai. Erano oltre la distruzione. Una goccia d’acqua può trasformarsi in nuvole, pioggia e chicco di riso, ma il fiume della vita scorre ininterrotto. ‘Niente si crea e niente si distrugge, niente nasce e niente muore’. Che strano, pensò, che il linguaggio della scienza e quello del Buddhismo fossero così simili.
Gli tornarono in mente le parole di un filosofo: “Accetto i limiti imposti all’esistenza in termini di spazio, ma perché dovrei accettare i limiti in termini di tempo? Nel 2.000 solo pochi degli attuali viventi saranno ancora in vita, ma nessuno sarà ancora vivo nel 3.000". Quelle parole gli sembravano meccaniche e semplicistiche.
Sapeva che tutti i fenomeni sono interdipendenti, che siamo parte integrante dell’universo, e che attraverso la nostra esistenza esistono tutti gli altri fenomeni e l’intero universo. ‘Vivere significa esistere assieme all’universo’, pensò. ‘Chi può sapere che, se batto le mani, il suono che ho prodotto non si riverbererà, in qualche modo, nella costellazione di Andromeda? Chi può sapere se l’aria che entra nei miei polmoni non contiene una particella dell’aria respirata da Giulio Cesare tanti secoli fa?’.
‘Esistere’ continuò a riflettere, ‘significa vivere nella totalità del tempo, senza che vi sia un inizio e una fine. Se non c’è passato, non c’è neppure presente o futuro. Se non c’è futuro, non ci sono neppure il passato e il presente. Nascita e morte sono espressioni convenzionali, che oscurano la visione di una totalità che non ha mai avuto una nascita e non avrà mai una morte’.
Per più di un anno Doan e Tanh avevano discusso di questi argomenti, e finalmente Doan ne comprendeva l’importanza. “Siamo legati alle nostre percezioni”, aveva detto una volta Tanh. “È il nostro modo di percepire che divide la realtà in nascita e morte, uno e molti, permanente e impermanente, passato e presente”.
Tanh aveva detto scherzosamente a Doan che il suo mondo di particelle era un mondo di fantasmi. Ora Doan capiva che grazie a quel ‘mondo di fantasmi’ era in grado di vedere attraverso l’apparenza del mondo ordinario e di capire che le cose che percepiamo attraverso i sensi sono anch’esse illusorie.
Le scoperte della fisica degli ultimi cinquant’anni hanno dimostrato che le cose non sono ciò che sembrano. Ma, benché Doan e i suoi colleghi fossero tutti d’accordo su questo punto, avevano perso vent’anni per dibattere problemi come ‘onda e/o particella’. Benché nessuno pensasse di poter descrivere il mondo subatomico attraverso immagini visive, si erano mantenuti concetti reciprocamente contradditori come quello di ‘onde’ e ‘particelle’. La ricerca scientifica era intrappolata nella visione dualistica che muove sempre da coppie di opposti. E benché questa visione fosse ormai crollata rispetto a determinati fenomeni (materia e energia, inerzia e gravità, tempo e spazio, onda e particella) ne dominava ancora molti, ad esempio l’opposizione spirito-materia e soggetto-oggetto. Le argomentazioni a sfavore della visione dualistica non erano ancora abbastanza forti e formulate con la necessaria chiarezza per cancellarla del tutto.
Altrimenti come avrebbero potuto gli scienziati, dopo aver riconosciuto la natura non dualistica dello spazio-tempo, continuare a cercare il punto di inizio e i confini finali dell’universo? La teoria del Big Bang, l’idea di un universo in espansione, con limiti definiti, contraddiceva l’ormai accettata nozione della natura unitaria dello spazio-tempo.
Doan aveva sentito un eminente scienziato speculare sul tempo all’interno dei buchi neri e nel mondo subatomico. Ma tempo e spazio venivano ancora concepiti come esperienze separate dalla percezione soggettiva. La teoria della relatività spiega come tempo e spazio siano della stessa natura, perché il tempo non esiste indipendentemente dallo spazio. Quindi, tutto ciò che rientra nelle tre categorie di tempo, spazio e fenomeni deve avere la stessa natura, e non esiste al di fuori della percezione.
Alcuni fisici affermavano: “Non possiamo conoscere le particelle subatomiche in sé, possiamo osservarle solo all’interno della nostra percezione. Ne deriva che qualunque osservazione dell’infinitamente piccolo distorce o cambia l’oggetto osservato, e che la realtà oggettiva resta inconoscibile”. Doan capì che l’osservazione scientifica si fonda sul dualismo, perché l’oggetto osservato viene considerato indipendente dal soggetto che lo osserva.
Tanh gli aveva detto che, nel Buddhismo, l’osservazione apre la strada alla ‘penetrazione’. Se si penetra la realtà, la differenza tra oggetto e soggetto scompare. Ecco, pensò Doan, l’inciampo maggiore della scienza moderna. Doan dissentiva dagli scienziati che credono che il linguaggio matematico costituisca la soluzione di tutti i problemi. La matematica è un’astrazione prodotta dalla mente umana, più adatta a descrivere la modalità percettiva dell’essere umano che non il mondo. ‘Per quanto in là ci spingiamo’ rifletté, ‘non facciamo altro che trovarci sempre a faccia a faccia con noi stessi’.
Se soltanto Tanh fosse stato lì! Avrebbe potuto offrirgli dei suggerimenti sulla ‘saggezza non-discriminante’, la visione non dualistica della realtà secondo il Buddhismo. Doan si chiese con quale linguaggio si sarebbe potuta descrivere una tale visione. Ovviamente, non un linguaggio che divida la realtà in soggetto e oggetto.
Si sarebbe sicuramente trattato di un linguaggio esoterico, perché chi continuasse a pensare in termini dualistici avrebbe avuto difficoltà a comprendere un linguaggio non discriminante. Forse, concetti della moderna fisica come ‘continuum spazio-temporale’, ‘spazio quadridimensionale’ o ‘onda-particella’ potevano rivelarsi utili per invalidare la nozione dualistica della realtà.
Tanh gli aveva spiegato che annullare il dualismo non significava approdare al monismo. Se la realtà può essere unica, può anche essere duplice o triplice. Il Buddha non si era espresso al riguardo. Doan avrebbe accolto con tutto il cuore i suggerimenti di Tanh, secondo cui la verità va sempre cercata nella via di mezzo.
Ricordò alcuni consigli che il cognato gli aveva dato per liberarsi dalla nozione dualistica, ad esempio: “Il Buddhismo offre concetti quali l’’inter-essere’ e il ‘non-io’ per abbattere i confini che dividono la realtà”. ‘Dopo tutto’ rifletté Doan, ‘il principio di indeterminazione di Heisenberg non può essere uno strumento per annullare l’abitudine di descrivere la realtà attraverso determinate rappresentazioni? Come il Buddhismo ha creato un suo linguaggio per aiutarci ad andare oltre il dualismo, anche la scienza sta creando un nuovo linguaggio per esprimere le sue nuove comprensioni della realtà’.
 

* * *
 

Doan si alzò lentamente. Attraverso la finestra vedeva il sole illuminare il giardino e sentiva gli uccelli cinguettare tra le foglie. Sentì il desiderio di uscire all’aperto sotto quei grandi alberi. La preoccupazione e l’ansia della notte precedente erano ancora vive, ma si sentiva calmo e pieno di energia. Il cuore gli si riempì di tenerezza al pensiero di Tuyet e a ciò che doveva essere stata per lei la notte passata e la giornata odierna. Doan tremò al pensiero che, in quella burrasca, lui era stato fragile come una canna che poteva spezzarsi in qualunque momento. Sapeva che il dolore della perdita sarebbe stato terribile se Thi non avesse vinto la battaglia per la vita. Ma adesso aveva una nuova forza e una nuova capacità di ripresa che gli avrebbero consentito di affrontare le difficoltà della vita e di dare appoggio a Tuyet. Come Tuyet e come Tanh, ora aveva anche lui delle profonde risorse interiori.
Raggiunse il giardino. Il profumo dei fiori di peonia si spandeva nell’aria pomeridiana. Si accorse di essersi lasciato assorbire per anni dal suo mondo di elettroni, mesoni e neutroni, e di non avere mai trovato il tempo di prendere la mano di suo figlio per passeggiare assieme. Ma adesso, dopo essersi spinto così lontano nel mondo delle particelle, era in grado di essere pienamente presente alla bellezza e alla frescura del loro giardino.
S’incamminò verso l’ippocastano. Il campanello suonò: Tanh era arrivato. Doan si mosse lentamente, molto lentamente verso il cancello. Tanh lo osservò con attenzione. Non l’aveva mai visto camminare in quel modo, con quella compostezza e quella nobiltà. ‘Qualcosa di meraviglioso è accaduto a Doan’, disse tra sé. Per un attimo dimenticò la meravigliosa intuizione che aveva avuto anche lui durante la notte.
I due uomini si guardarono profondamente, vedendo nell’altro l’intero universo e tutta l’eternità. In quel momento esprimevano tutto il loro amore e la gratitudine per un bambino di otto anni che in un ospedale lottava contro la morte. Thi aveva scagliato una freccia che aveva fatto due centri.

 


 

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